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albergo roma

di sicilia

Tutti i miei ricordi dal 5 agosto dell’estate in cui sono arrivata in Italia la seconda volta sono molto vaghi, scarsi, molto liguri e, per lo più, inventati perché dove non ricordo – e al posto dell’enorme buco che ha occupato la mia mancanza di memoria italiana – la mia mente ha incontrato un’alleata naturale nella bugia aperta e sfacciata, a volte francamente allegra e sempre spensierata. 

Ho chiuso gli occhi. 

Tanto ho inventato e tanto ho mentito e tanto ho sostituito e tanto ho riparato e ho tanto inserito alcune cose al posto di altre e dove nulla c’era che mi interessasse conservare, ho messo qualcosa di caro e dove vi erano ricordi, orrendi, ho tagliato, estratto e cucito in attesa che tutto si asciugasse e sembrasse consistente, tutta una falsa memoria collegata e felice come un arco di mezzo punto. 

Tanto ho mentito, che quando ho iniziato a mentire in pubblico avevo già perso qualsiasi contatto con la realtà, non avevo la minima idea di cosa fosse successo e cosa no. Mentivo assorta, con il cuore allegramente fuori dalla camicia, alla luce, raccontando semplicemente le cose come avrebbero dovuto succedere, come accadevano per me da quando ho iniziato a raccontarmi le bugie che mi piacevano trentatré volte di più di quelle verità assolutamente stupide, una sofferenza inutile. Ho mentito tantissimo, da così tanto tempo che ci ho creduto assolutamente e la storia storica, soggettiva, l’ho sostituita con una storia ufficiale inventata oggettiva. L’ho fatto così come fanno i paesi e i politici con i bilanci e le dichiarazioni, sistemavo, sommavo, sottraevo, ordinavo, adornavo, ebbene, manipolavo i dati affinché le cose dimostrassero un aspetto amabile e senza morti. 

Riassumendo, mentivo per amore e mentivo per non morire e mentivo perché tendo a sorridere nelle foto con faccia da idiota e perché al contrario di tutto ciò che avevo previsto, in Italia non mi è successo assolutamente niente di ciò che avevo previsto e mentivo anche a causa del paesaggio, perché tutte quelle rocce della Liguria, il basalto, non c’era modo per attraversarle, era un paesaggio ostile e lunare e mulatto e aspro e duro e, alla fine, mi davo la briga di inventare tutta la storia, sarebbe stato più facile raccontare semplicemente e chiaramente la verità. 
Sì, già. 

E alla fine mente anche l’amore. 
Mente per non perdere amore e mente per guadagnare amore e mente per conservare amore. Mente e chiude gli occhi e si benda ed è volontariamente cieco, e a sua volta vede altre cose. 
Ha i suoi occhi selettivi e autonomi e i contorni gli sembrano brillanti come colline inventate al sole di luglio. 

Qualche volta, poche, ho mentito anche per divertirmi, per capriccio o per noia e perché qualsiasi cosa inventassi mi svagava abbastanza e ovviamente la preferivo alla vera storia ligure che è stata, semplicemente, inutile, stupida, dolorosa, infantile. 

Ossia, il tempo era tanto estremo – diceva la Repubblica – che l’Italia correva il rischio di rimanere senza elettricità. I sistemi, di colpo, erano molto vecchi. Sui quotidiani lo chiamarono Black Out, oscuramento, e accadeva lo stesso in Francia, Spagna, Inghilterra e New York. 



In Galizia, una nuvola rossa occupava il cielo. Saliva dall’Africa del Nord e i parabrezza si coprivano di polvere rossa di sabbia del deserto e mosche morte per asfissia. 

Della memoria speravo che facesse come i buchi neri che risucchiano energia. Si contraggono, si muovono, la espandono e in quell’andirivieni, avanzano verso l’infinito. Forse. 

Quando Cellini ha chiuso la porta, ho taciuto. Il Genovese veniva inghiottito dalla terra. 
Scompariva. Lo vedevo allontanarsi mentre camminava sulla spiaggia dalla finestra della stanza da bagno. 
Ho fatto la doccia. Ho lasciato correre l’acqua. Ho fatto una lista di cose che circolano. Un’altra lista di cose invisibili, inutili. 


Ho strofinato il mio corpo fino a cancellare le orme tattili. 
Mentre uscivo, ho annodato una corda verde al mio polso con due nodi lenti. 


Cellini scendeva a nuotare. 
Il sole tramontava. 

Io fumavo alla finestra con le gambe penzoloni al sole. La finestra dava da una parte verso la scogliera di Byron, dall’altra verso un atrio con gatti. 

L’acqua rifletteva sulla lavagna. Le rocce brillavano. C’erano ragazzi che si baciavano. Cellini si è arrampicata sulla scogliera e mi ha fatto ehi. 
Ha saltato 20 metri brillante come una vela. 

Una farfalla gialla si è posata sul davanzale. 

La nebbia, molto densa, ha coperto il cielo. Era quasi pioggia, nuvole accatastate, disturbo atmosferico, contorni blandi. 

Mia madre mi ha inviato un sms. L’acqua dell’Atlantico era cresciuta di 5 gradi. Nuotavano felici. 
Bene. 

Il caldo si arrampicava impazzito dal Sud e non si fermava che a Londra. 
Molta gente moriva per cause diverse. 

Avevo sognato l’Italia di un blu marino con alberghi sul mare e biciclette che volavano sulla Sardegna. 
Avevo anche immaginato alcune meraviglie su di me. 

Il mio desiderio di continuare a vagabondare per l’Italia cedeva il posto al mio desiderio di sempre, volevo tornare. Già. Che qualcosa si fermasse. Il sangue, le trote. 

E invece succedeva proprio il contrario. Il cielo era splendido (nonostante tutto). 

Marte girava completamente attaccato alla terra. Venere brillava tremante. L’aria aveva un colore rossastro. 
La terra non faceva niente di particolare.

Uscì la luna come se l’avessero lanciata dal penalty. 
Per installarsi poi come un uovo fermo, orizzontale. 

This is the end, my friend. 

Cellini era tornata. 
Accese la luce. 
Era una di quelle luci da lampadina spoglia che illumina un cono e mostra l’oscurità tutto intorno. 
Abbiamo ascoltato un po’ le notizie. Le notizie erano come il rally di Montecarlo. 
Una bambina era stata mangiata da un cane. Uno psichiatra milanese era stato pugnalato sulla spalla dal suo paziente. Le Alpi si scioglievano e cadevano come il Rìo delle Amazzoni su Torino. 


Abbiamo spento l’aria condizionata, per risparmiarci elettricità. 

Il falso temporale del cielo sembrava vero, l’aria bruciava. 

Gli occhi di Cellini sono: chiari con riflessi. 

Sono scesa in lavanderia negli scantinati. 
Ho riempito una borsa di pantaloni e camicie. 
Cellini voleva sapere se portavo le sue camicie. No, non le portavo. Ci siamo guardate un attimo con gli occhi più verdi e ombrosi del solito.

Sono entrata. 
Sull’asciugatrice qualcuno aveva dimenticato un libro di Cesare Pavese. 
Ho letto un pezzo di biografia dell’inizio. 

Nacque vicino a Torino, a Santo Stefano Belbo nel 1908. 
A Torino andiamo domani. 

Dice il biografo che Pavese si innamorò di una ballerina che lavorava nel cafè concert  “La Meridiana”. 
L’aveva udita cantare e anche se era timidissimo, si era armato di coraggio e aveva organizzato un appuntamento. Aveva parlato di appena sette cose con lei. 
Il resto soltanto sguardi. 
Sguardi. 
Il signore spiega che sembrava che lei stesse attenta, sembrava che si interessasse ai suoi sguardi o si lasciasse guardare. 

Ciò che non ha visto il biografo lo inventa o lo immagina con cose della sua vita di spia.

Sembra che si siano dati appuntamento alle 6, che ora triste. 
Lui era arrivato alle sei precise. 
Iniziava a piovere e a piovere. 
Magari anche qui piovesse un poco. 
Lui aspettava bagnandosi. 
Piovve ancora 59 notti. 
Sembra che mentre lui aspettava piovendo da una parte, lei fuggiva dall’altra. Era un caffè con due porte. 
Era quasi morto di polmonite. 


La lavatrice o faceva dei salti enormi o si fermava, non faceva niente per tre ore. Ci siamo guardate per molto tempo. 
La vedevo girare. 


Era un mistero tutto quel movimento immobile. 
Ho messo più monete, più detersivo, ammorbidente. 

Ho lasciato la biografia. 
Ho aperto il libro a caso. 

Passerò per Piazza di Spagna. Cavoli. 

Sarà un cielo chiaro. 
Si apriranno le strade 
Sul monte di pini e pietre 
Il tumulto delle strade 
Non cambierà quell’aria ferma. 


L’aria ferma. 

Sono uscita al sole. 
Ho chiesto una birra non piccola. 
Stavo dilapidando una fortuna in birre italiane. 
Nella lavatrice quiete. 
Niente. 

Ho camminato fino alla piazza Byron. 
Mi sono seduta a fumare lontana da Mater Natura guardando velieri. 
L’acqua era come in alcuni quadri, con zone rosse, gialle, arancioni. 

Ho saltato tutte le pagine. 
Ho letto la fine. 

Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi. 
Sarà come abbandonare un vizio. 


Cristo benedetto. 
Ho chiuso. 
Ho buttato il libro in mare. 
Mi sono pentita. 
Sono corsa a salvarlo. Sono scivolata sulle rocce cadendo in acqua vestita. Una caduta olimpica da vedere dalla finestra e applaudire. 
Mi prese una signora bionda tinta e i suoi due figli. 

Ho messo il libro ad asciugare al sole. 
Mi sono messa ad asciugare. 
Ho inghiottito il muco. 
Iniziava a farmi male la gola come se avessi un buco. 
Quando mi sono asciugata sono tornata in lavanderia. 

La lavatrice non funzionava. L’ho aperta, ho tirato fuori le camicie bagnate. 


A Torino siamo arrivate dall’autostrada che sale da Genova. 
E’ un’autostrada vecchia, del tempo di Gassman, quando si schianta e muore l’avvocato Trintignant. 

Ci sono gallerie di centinaia di chilometri. 
Il tragitto al buio è leggermente desolante. 
Il mare lo scorgi a volte, facendo uscire mezzo corpo dal finestrino. 

I pesi piuma non boxano con i pesi massimi. 

In realtà non boxano, ballano. 

Sulla strada ci sono papaveri.

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