contrAppunti

rrugë të mbarë

di paolo melissi

Nella stazione ferroviaria di Foggia schiacciata dal caldo infame del Tavoliere, in attesa del treno per Lecce passeggio avanti e indietro lungo la banchina del primo binario, un occhio a dove metto i piedi e un altro allo zaino poggiato su una panchina di marmo. Nella sala d’attesa ci sono troppe mosche e il sudore non fa in tempo ad asciugarsi. 
L’aria arroventata tremola oltre i binari sulla lamiera ondulata di un deposito. Su uno dei pilastri che regge la tettoia del terzo binario leggo: FOGGIA CITTA’ DI MERDA - BODINOT MAMINAS ALBANIA. Penso alla mano che ha segnato il muro, al suo transito, al suo nome, ma lo stridere dei freni del treno in arrivo interrompe i miei pensieri.
Salgo finalmente in carrozza, destinazione Fasano, e mi libero dal caldo insopportabile e da nugoli di mosche gigantesche, il treno ferma anche a Monopoli. Lì dove sono diretto, ho sentito raccontare da molti che è possibile scorgere, specialmente al mattino presto e in condizioni atmosferiche favorevoli, il profilo della costa albanese. L’Albania l’ho vista solo una volta, e da lontano, a bordo di un traghetto diretto in Grecia: un orlo incerto di terra soffocata dalla calura estiva, una cappa densa e giallastra.
Nello scompartimento, sul sedile di fronte al mio si sistemano due albanesi che indossano magliette con le insegne di qualche gruppo heavy metal: teschi e ossa incrociate su sfondo nero. 
Dopo pochi chilometri, mentre compaiono fuori dal finestrino le prime onde del mare di olivi che si estende più a Sud, iniziamo a scambiare qualche parola. 
Uno dei due, che dimostra circa trentacinque anni, parla bene l’italiano. Ma il passaporto che mi sventola davanti divertito, dopo avermi sfidato a indovinare la sua età, non permette dubbi: ha ventisette anni. Se ne dimostra più di quelli che ha, dice l’albanese, è colpa della vita che fa, della durezza del lavoro, che lo costringe a fare il pendolare tra Puglia, Albania, Macedonia e Grecia. Segue il lavoro lì dove c’è, secondo le stagioni. E’ stato anche a Sammarzano per la raccolta dei pomodori. Mi chiede se mi dà fastidio la musica albanese che esce fuori dal suo registratore portatile e informazioni sul porto di Bari, dove deve imbarcarsi per andare in Albania per una settimana di vacanza. 
Dice vacanza come se stesse pronunciando una parola magica, le cui lettere e sillabe impongono circospezione e rispetto. 
Quando scende a Bari mi augura buon viaggio, e io gli chiedo come si dica nella sua lingua. Sorridendo se ne torna in patria accompagnato da un mio stentato Rrugë të mbarë nelle orecchie.

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