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fuori
di punch-drunk |
La gabbia aveva iniziato a premergli contro il torace.
Era successo che da sei mesi aveva preso l’abitudine di andare in palestra, e i muscoli più allenati andavano inevitabilmente a fare pressione sulle sbarre. Del resto, oramai, tra il metallo e la sua pelle in nessun punto c’era più di mezzo centimetro di spazio.
La gabbia che lo circondava era una gabbietta per uccelli, alta una sessantina di centimetri, con un diametro di trenta e una trama fitta di sottili sbarre metalliche, laccate bianche.
Da piccolo Peter era un ragazzino molto timido. A tre anni faceva il broncio con gli adulti e piangeva con i coetanei, metodicamente. A quattro era il capro espiatorio di tutta la sua classe all’asilo. Siccome a mensa era uno dei più lenti, alcuni tra i suoi compagni finivano sempre per spingergli la faccia nel piatto di verdura ancora intatto; quando si correva in giardino, lo affiancavano e lo facevano inciampare fingendo innocenza. C’era stato un periodo in cui tutti i giorni Peter tornava a casa con un nuovo livido.
Poi, un giorno, smise di correre. E di mangiare. Sulle prime i genitori lo lasciarono fare, pensando che prima o poi avrebbe ragionato. Invece il suo atteggiamento non cambiava di una virgola, tranne che, dopo il secondo giorno, aveva smesso pure di parlare e di muoversi, e si esprimeva con brevi cenni del capo: assenso, diniego, incertezza.
Al terzo giorno, la madre decise che la situazione era insostenibile; entrò in camera sua e lo fissò dritto negli occhi. “È per i tuoi compagni?” Assenso. “Hai paura che ti facciano male?” Assenso. “Non vuoi parlarne?” Attesa. Diniego. L’ultimo discorso sull’affrontare pacificamente ma fermamente i bulletti era stato fatto due giorni prima. La madre capì che con le sole parole non sarebbe andata troppo lontana. Allora uscì dalla stanza, e ritornò qualche minuto dopo, con la gabbia comprata per quella volta che Peter voleva un pappagallo. L’idea di tenere l’animale in cattività gli era però sembrata ambigua, e nell’impossibilità di chiedere al pappagallo il suo gradimento aveva sospeso l’idea di possederne uno, e la gabbia era rimasta inutilizzata nello sgabuzzino.
La madre prese delle pinze e un giravite, armeggiò finché non ne ebbe smontato il fondo e allargato lo spazio tra alcune sbarre, quindi la mise addosso a Peter infilandola dall’alto, come una maglietta. La parte di sopra gli faceva da elmo, e, oltre a calzargli perfettamente, gli stava piuttosto bene. La madre sistemò la parte di sotto di modo che non si sfilasse. Peter si rimirò allo specchio, poi sorrise e disse: “Ok”. Quella sera mangiò moltissimo per cena, attraverso due sbarre appena più slargate davanti alla bocca.
Il giorno dopo, andò all’asilo tranquillo, e come i bulletti lo fecero cadere, lui si rialzò. “Non mi sono fatto nulla” disse, allontanandosi. Anche a mensa, spingergli la faccia contro il piatto della verdura era diventato impossibile, per via delle sbarre.
Rimaneva un ragazzo molto timido, e con la gabbia si sentiva protetto, così i genitori concordarono che gliel’avrebbero tolta solo quando l’avesse chiesto.
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Ormai era arrivato a 16 anni, e ancora la indossava quotidianamente. Lo faceva sentire più tranquillo, diceva.
Ma nel frattempo era cresciuto: aveva dovuto eliminare la parte di sopra, che prima si limitava ad aprire ogni sei mesi per tagliare i capelli, e occupava oramai tutto lo spazio interno. E quella sera, alla festa, poteva sentire nettamente il metallo premergli contro il torace.
Magari era il nervosismo, certo. Era la sua prima festa, e benché i suoi compagni di classe si fossero abituati alla vista del Ragazzo Ingabbiato, come lo chiamavano, qualche loro amica che non lo conosceva poteva trovarlo ridicolo.
Una si stava avvicinando proprio adesso. Aveva capelli lisci, castani, tenuti in un caschetto irregolare, ed emanava
tutt’intorno un odore di shampoo alla pesca. “Come ti chiami?” gli disse, e lui arrossì e si mosse goffamente, facendo cadere tre bicchieri dal tavolo. Parlarono per tre ore, solo lui e lei. Venne fuori che si chiamava Jen ed era la sorella di un suo compagno di classe, che aveva un anno meno di lui, che studiava nel loro stesso liceo. Che lo aveva già visto, e no, non trovava fosse ridicolo. Anzi, lo trovava
carino. Che a quella festa si sentiva sola, e meno male che aveva trovato il coraggio di parlargli. “Se non ci fossi stato tu”, gli aveva detto, “sarei ammuffita in un angolo”, e
se non ci fossi stato tu erano le ultime parole che gli aveva rivolto prima di andarsene, un attimo prima di baciarlo sulla guancia e allontanarsi sorridendo.
“Voglio togliermi questa cosa”, aveva detto alla madre, tornando a casa in macchina. La madre non aveva detto nulla. Si era limitata a guardarlo e annuire.
Per una settimana, non era andato a scuola. Venne fuori che in alcuni punti la pelle era cresciuta quasi addosso al metallo, e fu necessaria una veloce operazione chirurgica per rimuovere alcune sbarre. Una settimana dopo, era pronto a tornare al liceo, privo del suo carapace.
Lungo tutto il tragitto in macchina si era guardato più volte allo specchio, ma doveva ammettere che faceva proprio una bella impressione, una maglietta senza la gabbia sotto che la sformasse. Aveva comprato una maglietta a righe identica a quella che indossava alla festa (solo più piccola), perché Jen gli aveva detto che era bella.
Stava salendo le scale d’ingresso al liceo quando se ne accorse. Defilati sulla sinistra, accanto ad un cespuglio, Jen e un ragazzo mai visto si stavano baciando. La prima sensazione fu lo schianto del cuore. Poi un senso di vuoto. Poi le tempie pulsanti, quindi una voglia fortissima di essere ancora
dentro. Cercò il contatto con il metallo vicino alle tasche, così familiare. Nulla. Sentiva freddo, ora.
Era così sconvolto che non si accorse nemmeno del piede che si frapponeva al suo, e nel suo inesorabile avvicinarsi col viso al marmo della scala, riusciva solo a pensare a
Jen, al suo profumo e al suo bacio, quella sera alla festa.
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