contrAppunti

l’epoché di sanson

di strimpelo

Soltanto i folli o gli innocenti avrebbero potuto dormire, quella notte. Mentre il palcoscenico di morte cigolava tetro in Place de la Révolution, ognuno attendeva l’alba chiuso nel tremolante lume della propria coscienza. Su Parigi l’aria, tagliente come una lama, sputava un velo pietoso di neve, una inutile cornice di candore che avrebbe fatto sembrare ancor più rosso (ma sarebbe stato davvero rosso?) il sangue reale di Luigi XVI.
Nella sua casa alla periferia della città, il boia Charles Henri Sanson era tormentato dai dubbi. Mai nella sua carriera aveva lontanamente immaginato di dover un giorno accompagnare un così illustre cliente al suo ultimo viaggio. Addirittura un re, un unto di Dio!  Il cielo si sarebbe forse squarciato, come sul Golgota? E chi era lui per legare il suo nome al destino di un sovrano?
Era stata una giornata febbrile. Quella vigilia, Sanson aveva ricevuto decine di visite concitate e alcune lettere anonime. C’era chi lo consigliava di rifiutare un simile incarico. Altri lo mettevano in guardia su possibili ripercussioni. Si parlava di probabili sortite degli uomini fedeli alla corona, i quali avrebbero sottratto con la forza il re al patibolo. Venne un uomo, addirittura, a supplicarlo di procurargli degli abiti simili a quelli che avrebbe indossato Luigi. Era risoluto a morire in sua vece. Nel trambusto della folla, nessuno noterebbe lo scambio di persona, diceva. E non fu semplice persuaderlo a desistere da quel folle progetto ma, infine, anche lui si congedò. Ogni cosa a Parigi si zittiva. Pure il tramonto si rassegnava alla notte.
Ben più terribili ospiti, però, dovevano ancora chiedere udienza al boia; ospiti che non hanno bisogno di bussare o domandare permesso, poiché provengono dal buio, allo stesso modo degli incubi, e dal silenzio, come la pazzia.
Se fu realtà o delirio non lo si può dire con certezza, eppure le imposte cominciarono a tremare, violentate da raffiche di vento. Sempre più forte, sempre di più. Rannicchiato su una sedia accanto al fuoco, Sanson aveva l’impressione che sarebbero esplose, da un momento all’altro, per vomitargli addosso il gelido fiato della morte.
Fu una vertigine nauseante, come essere sospesi tra il Quando e il Sempre. Dinanzi agli occhi del boia, centinaia di fantasmi che, in tanti anni di servizio presso quel sinistro ufficio, avevano incrociato il suo fatale coltello, tornarono a fargli visita. A partire dalle vittime più recenti, uno dopo l’altro, fu come scivolare a ritroso nel tempo in un girone infernale. C’erano criminali comuni, ladri, assassini. C’era il bel viso dolce e femmineo del Cavalier de la Barre, che tanto si era raccomandato non gli fosse deturpato. Rivide lo sguardo di rimprovero del Conte di Lally per aver fallito il primo colpo di scure. E ancora, fiumi di sangue, teste che rotolavano. Rivide lo scempio della ruota sul corpo di Françoise Damiens.
Ah, fin dove… fin dove la memoria sarebbe dovuta tornare per ritrovare un’immagine di pace, che non fosse inzaccherata di sangue come tutta quella sua spaventosa vita?
Fin dove, per trovare un rifugio immacolato, nel quale la morte non avesse ancora gettato la sua ombra indelebile, e dove poter ivi concedere al tormento di un boia pochi attimi di sonno innocente?
Esiste un luogo, nella coscienza del mondo, dove l’essere vittima o carnefice non ha più alcun significato, ma chi uccide e chi muore sono la stessa metamorfica tantalizzante angoscia del nulla.
L’alba fatale stava facendo capolino sui tetti di Parigi. Fu allora che Sanson, giunto allo stremo del suo deliquio di sensi, rivide come in sogno la casetta colonica della sua fanciullezza a Condé, nel Brie. Rivide il sorriso dolce di sua madre che lo sorvegliava, mentre lui muoveva i suoi primi passi nell’aia. Che emozione camminare da soli! Voltarsi ogni passo e ritrovare quella rassicurante presenza, seduta a ricamare sull’uscio.
Un passo dopo l’altro, il piccolo Henri era giunto al recinto delle galline. E lì vide un animale curioso, mai visto prima: una grossa lucertola rugosa che si era pericolosamente avventurata nel pollaio. Mimetizzata sul muro a secco di recinzione, restava immobile. I suoi occhi, però, guizzavano rapidi in tutte le direzioni. Sembrava attendesse un momento di distrazione delle galline per potersi togliere da quell’impiccio.
Impaziente di vedere come sarebbe andata a finire, il bambino raccolse un sassolino da terra e lo lanciò in direzione del rettile. Si sa, la mira non è mai ottima quando si ha appena imparato a camminare. Un secondo sassolino… niente ancora. Gli occhi della lucertola presero a vorticare se possibile ancor più freneticamente.
Dopo alcuni tentativi falliti, un colpo andò finalmente a segno. La bestiola iniziò a correre all’impazzata lungo la traiettoria più infelice che potesse scegliere e… ahimè, il suo tentativo di fuga non passò inosservato. Una gallina gli fu sopra in un baleno.
Beccato sul collo, il rettile spalancò le fauci, come un piccolo fiore rosa, e cacciò un grido acutissimo, quasi un fischio. Il piccolo Henri fece un balzo all’indietro, gli occhi sgranati. Non avrebbe mai creduto che un animaletto buffo come quello potesse avere una voce così raggelante.
Intanto la madre lo richiamava: «Henri! Non ti allontanare troppo…» Ma il bambino non si voltò. Rimase a fissare quella scena, con un sentimento di asettica curiosità. La gallina faceva scempio della sua preda, battendola su una roccia con una violenza inaudita. Doveva spezzarla in due. Era un boccone troppo grande da inghiottire intero.

Ci volle un interminabile minuto per avere la testa di Luigi. Nel silenzio cupo di Place de la Révolution, gli occhi del re guizzarono impazziti, in cerca di una via di fuga. «Sono costernato, Maestà…» (la ghigliottina sibilò infallibile) «nemmeno io so più come uscirne!»

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