contrAppunti

verba tene res sequentur

di egotique

Prima viene una frase, breve. Mi piove sulla testa, all’improvviso. Io apro la bocca e tiro fuori la lingua per raccoglierla, la mando giù senza farmi notare. Poi la ripeto per non lasciarmela sfuggire. Chissà da dove vengono. Sono solo frasi. Incomplete, sussurrate. Non sono io che le invento. Non c’entro niente, io. Dev’esserci qualcuno, non so chi, che me le suggerisce. Comunque sia, alla fine mi metto lì e apro il mio quaderno preferito, quello con 300 pagine di cui 157 completamente bianche e molto porose. Sulla copertina c’è scritto “Le 300 migliori idee del terzo Millennio”. E pensare che l’ho trovato nella spazzatura. Prendo una penna a caso e scrivo la frase. Ho una gran brutta grafia. A quel punto la mano parte a velocità supersonica e, in men che non si dica, sulla pagina c’è una storiella assurda su tizi bizzarri di cui non so nulla e di cui, per la verità, nulla voglio sapere. Come succedeva alla medium, quella che parlava con l’extraterrestre. Disegnava dei geroglifici orrendi, aveva anche lei una pessima grafia. 
Da piccola, per un bel po’, i miei genitori non si sono accorti che ero pazza. Figuriamoci se potevo accorgermene io. Perché in fondo, a pensarci bene, non facevo niente di strano. Non più degli altri bambini. Non in pubblico, soprattutto. È proprio questo il punto. E l’altro punto è: cosa non è strano, a questo mondo? Ma visto che se ne fa una questione di maggioranza, lasciamo perdere quest’ultimo punto. E torniamo al primo. Al primo punto. Il punto è che c’erano le prove. Lasciavo delle prove. Prove come: musicassette contenenti lunghi dialoghi con un interlocutore silenzioso di nome Buda e canti improvvisati a tema libero il cui ritornello immancabilmente recitava “poverini, poverini gli animali ”. Prove come: storielle assurde su tizi bizzarri di cui non sapevo nulla e di cui, per la verità, nulla volevo sapere, scritte su fogli strappati dai quaderni a righe di quinta, di quelle righe tutte larghe uguali, mica come le righe di terza. Prove, insomma. E che sarà mai. Chi non l’ha mai fatto. 
Registrare la propria voce su una cassetta e poi riascoltarla. Parlare da solo. Inventare canzoni. Scrivere una storiella. Se sia assurda, poi, chi può dirlo? 
A me lo disse la Rita, la psicologa. Un giorno venne a scuola e mi prese da parte, mi portò nella stanza delle bidelle, tanto che pensai: non avrò mica i pidocchi un’altra volta? Quando qualcuno ti portava nella stanza delle bidelle, di solito era per spulciarti la testa in gran segreto. Sai che segreto. Il giorno dopo tornavi a scuola con i capelli corti che puzzavano di aceto e tutti ti prendevano in giro perché avevi i pidocchi. A essere sincera non mi dispiaceva quando mi toccavano i capelli. Mi venivano i brividi lungo la schiena. Invece no, niente brividi, la Rita voleva solo dirmi che le mie storielle erano assurde. Erano strane. E lei come aveva fatto a leggerle? La mamma aveva trovato la cartellina rossa della Cassa di Risparmio dove tenevo i foglietti di quaderno strappati con le storielle. Ce n’era una che parlava di un piatto volante. Lei l’aveva letta e le era piaciuta così tanto che l’aveva portata alla maestra per farle vedere quanto ero brava. Guardi qui, signora maestra, la bambina sta sempre zitta però in fondo ci sa fare, le cose le ha imparate, datele una possibilità. E invece la maestra aveva chiamato la Rita. E la Rita aveva parlato con la mamma. La bambina le è mai sembrata un po’ strana? Si chiude in camera? Come mai è sempre così silenziosa? E poi la mamma aveva trovato la scatola delle scarpe da tennis dove tenevo le mie cassette registrate. E la Rita le aveva ascoltate, e guarda caso anche quelle erano strane. Così, alla fine, i miei genitori si sono accorti che ero pazza.
Prima viene una frase, breve. Mi piove sulla testa, all’improvviso. Io apro la bocca e tiro fuori la lingua per raccoglierla, la mando giù senza farmi notare. Poi la ripeto. Per non lasciarmela sfuggire. 

« indietro   |   indice   |   avanti »