|
L'editoriale
di gonio |
Lo scorso aprile ho ricevuto questa mail da un giovane scrittore - intuisco giapponese - che qui chiamerò signor S.
"Caro dottor Sacks, senza girare attorno (a un qualcosa che non so cosa e dove sia) il mio problema è il seguente: non so dove sono. Cioè so di essere qui, ma anche in un altro luogo. E quando le mie due presenze si incontrano in un generico altrove non sanno cosa dirsi. Distinti (il qui dal lì) saluti. S.".
Diedi appuntamento al signor S. - in circostanze normali lo avrei convocato nel mio studio, ma nel suo caso mi parve opportuno convocarlo in due gabinetti medici separati, dei quali a fini terapeutici non gli indicai l'ubicazione- ed ebbi la ventura di imbattermi in lui per puro caso in un luogo diverso da quelli stabiliti. Sin dal primo sguardo - ma l'anamnesi era palese anche dall'eziologia della patopologia (nell'accezione del prof. Ubisum Quovadiz, Ph.D in Pathopologycs: when pathology doesn't meet topology" TarapiaTapioca University Press, 1967) - capii che il paziente era affetto da sdoppiamento della località. Infatti, non solo il nostro citava autisticamente lo script di "Totò e Peppino separati a Berlino", ma presentava la complessa sintomatologia schizotopica descritta nei meritori studi del prof. Kvettimar "Sun chi, sun là: attraversamento e straniamento nella toponomastica brianzola", condotti sulla popolazione autoctona e alloctona di Dovesiate sul Sembro. Il signor S. - bell'uomo sulla trentina, vivace e tenace, con la tipica spocchia intellettuale dello "scrittore laureato"- ebbe a percepire la prima volta questo suo straniamento poche settimane dopo l'alloro della prima pubblicazione in un fortunato volume collettaneo. Nel mentre, col suo inconfondibile stile, si accingeva a scrivere le
sue salaci, mordaci, fugaci e stiracchiate "dieci righe" sul classico tema di varia umanità (come consigliatogli da un mio insigne collega per mantenere stabile il suo egocentro di gratuità permanente), ecco le scorse impeccabilmente scritte - solo apparentemente da un altro da
sé - in un altro luogo (familiare, eppure non proprio). Scartata la banale ipotesi di un clone (perché - Anticristo a parte - l'idea della mistificazione di uno scrittore - per antonomasia
mistificatorio - si elideva cartesianamente), il signor S. si convinse del fatto che per un "per un attimo immenso (ma sempre lustrando il suo nome)" era stato in due luoghi contemporaneamente.
All'inizio il fatto di essere nel dove e nell'altrove lo stuzzicò con la classica sindrome da delirio di onnipotenza (nota in letteratura come deriva a stile libero). Non riconoscendo l'esistenza di un suo doppio (al punto da non salutarlo quando lo incontrava per strada) incominciò a biasimare lo slittamento dell'asse terrestre per giustificare la deprecabile circostanza che (sue testuali dichiarazioni) lo portava "a farla fuori dal vaso".
|
Il signor S. - avvezzo da anni a praticare il palfraschismo letterario - si trovò improvvisamente proiettato in una sorta di spiazzante ubiquità cui opponeva la puerile rivendicazione del suo status di scrittore. Ormai per percepirsi (nei termini del suo celebre pamphlet "l'immondo come vacuità e rappresentazione") doveva chiudere
gli occhi. Ma questo stratagemma non gli era di grande aiuto, poiché l'immagine mentale che egli aveva di sé stesso era maigrittiana – sia pure filtrata da una sensibilità televisiva, come uno specchio in split screen che riprende varie inquadrature e posture, tutte incongrue). Va anche detto che nella sua bartezzaghiana ignoranza, egli preferisse descriverla come
maigrettiana, in un sapido calembour
"ici, mais non". Perciò, non potendo neppure correggere l'immagine interiore - l'idea del suo essere nello spazio (e del vivere il suo tempo, ostentando sicumera) - il signor S. finì per annullarsi, preferendo rarefare le sue epifanie. In piena crisi identitaria contemplò l'ipotesi (recuperata dalle superstizioni della antica nazione indiana) di contrassegnare le diverse apparizioni con differenti
"nom de plume" o nick. Tentativo presto frustrato dall'inconfondibile verve à la Salieri che ogni suo atto pubblico (per quanto ubiquo e/o
diatopico) suscitava. Riporto un dialogo topico tra le sue convergenti ubiquità:
"So, did my work please you?"
[hesitantly] I never knew that words like that were
possible!
[uncertainly] "You flatter me.
" No, no! One hears such words, and what can one say
but...Sasuke!
Ora, come ricorderete, già nel mio fortunato "Il luogo in cui smarrii mia moglie per un cartello"
(Adelphake, 1985) ebbi a descrivere la patologia del dottor
G., un consulente aziendale che soffriva di una forma di afasia alquanto singolare: sviluppava idee, ma non le traduceva in azioni. O meglio, reagiva a stimoli e persone solo attraverso sollecitazioni indotte, non autonome. Così, quando gli sottoposi, a titolo terapeutico, gli scritti di S. egli, indignato, sembrò destarsi dalla sua catatonia. Ma, inspiegabilmente (o per bizzarra empatia), decise di farlo altrove. Che è esattamente quel che mi è accaduto col giovane S. La lunga esposizione alla sua bizzarra (eppur pedante) presenza mi porta a vagare in ogni dove col pensiero. Se tu, lettore, sei arrivato a questo punto - cosa di cui dubito - credimi è il caso di immergersi davvero nell'Altrove.
Buona lettura.
|