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déjà vu
di antonio sofi |
Ho un pensiero ricorrente, da un po' di giorni. È un pensiero che non è un pensiero. È un pensiero non pensato, una vaga ombra che sfugge, un veloce turbinio degli occhi – di quelli che non sai, appunto, se sono fantasmi che passano davvero, o un piccolo
cedimento della cornea. Non sai, cioè, se stai vedendo cose che stanno lì,
fuori di te (un gatto, un pilucchino di polvere portato dal vento, una persona di cui non avevi notato la presenza) o stanno invece
dentro di te (una farfallina dell’iride, un piccolo rilassamento dell'occhio che ad un tratto, tac, si rilassa, si ammoscia). Succede, talvolta. Ed è un problema non da poco, perché non sai se sta succedendo qui o
da un’altra parte.
La televisione è accesa. Pippo Baudo ha i capelli bianchi, porta mutande ascellari di fantozziana memoria. Una partita di calcio, uno studio pieno di volti compunti, uno due tre replay. Gente che cerca trenta secondi di visibilità in prima serata, al ritmo di campanacci e controcampi di facce schifate.
Il pensiero ricorrente è un déjà-vu, un già visto.
Il déjà-vu è qualcosa che riconosci senza conoscere, che non hai mai visto e che ti sembra, invece, di averlo fatto. Ma se non l'hai mai visto, da dove viene questo profumo conosciuto, questa sordida assordante
familiarità? Se non hai mai osservato quella persona, se non sei mai stato in quel luogo, se non hai mai calpestato quel pezzo di terra, per quale strana malia lo riconosci? Perché uno scorcio ti ammutolisce, un viso ti risuona dentro come al suono di un diapason, come se quella cosa sconosciuta ti fosse già cognita – intimamente, profondamente tua?
Novemila puntate dall’intreccio contorto, personaggi che muoiono e risorgono come lazzari sceneggiati, che succeda ora o due anni fa è piccolo insignificante dettaglio.
C’è chi interpreta il fenomeno con riferimenti a metempsicosi, vite passate, reincarnazioni karmiche. Ognuno ha diritto a culle nelle quali cullarsi beato, per carità. Altri lo spiegano come un errore percettivo e insieme mnemonico. Pare infatti esista una memoria
speciale, oltre quelle già conosciute: una memoria
retinica. Velocissima, dell'ordine di millesimi di secondo, che permette di evitare uno stato di eterno stupore, di ripetuto microstallo. Il tempo, infinitesimo ma comunque fisico, perché l'immagine riflessa nella retina vada a stimolare i neuroni contenuti in una parte del cervello. Quel tempo lì, infinitesimo ma comunque fisico, rimarrebbe altrimenti come vacante, in attesa. Che il déjà-vu sia proprio un cortocircuito della memoria retinica? Un attimo, un errore e quella memoria lì, friabile velocissima inconsapevole ti dice: ehi quella roba la conosco, amico mio, l’ho già vista,
puoi stare tranquillo.
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Poi l’immagine arriva lenta alla memoria vera e ti rendi conto delle differenze, come nella settimana enigmistica. I déjà-vu sono una illusione provocata dalla lentezza, da uno sbigottimento indotto, da uno stupore. Sono così vicini alla delusione; al meccanismo di difesa dalle delusioni. Vedi e non vedi, vedi e non capisci, vedi e riconosci, c'è e non c'è, è vero e insieme sarà vero quello che vedi? È qui o da un’altra parte? Il solito dilemma, il solito antico dilemma.
Un film, con Julia Roberts. Quando l’ho visto? Oggi, ieri, due mesi, due anni fa – non importa. Sorride a trecento denti, bianchissimi, lattiginosi, mordaci. Sorriderà ancora, in futuro, in nuove liquidità di schermi ultrapiatti.
C’è una scena, nel primo episodio di Matrix, in cui Cypher tradisce i compagni, i quali si ritrovano ingabbiati nel palazzo da cui dovrebbero uscire. Mentre stanno salendo le scale, Neo vede un gatto stiracchiarsi dietro una porta, miagolare soffice. Fa un passo, si rigira e rivede la stessa scena,
tale e quale: il gatto miagola si stiracchia passa. Quindi mormora: "un déjà-vu". Gli altri si girano come fulminati: cosa hai detto? Niente un déjà-vu, risponde Neo, un gatto è passato due volte. Ma loro insistono: erano due gatti
che si assomigliavano o era lo stesso gatto? Lo stesso. Allora capiscono che stanno per cadere in una trappola: il déjà-vu è un segnale che Matrix è stato
cambiato. Il rilassamento forse, allora, non è rilassamento, è capacità anticipatrice, è illuminazione che precorre; e quel voler vedere familiare ciò che non lo è, è
il segnale di qualcosa che sta cambiando. Loro non avevano dubbi, perché sapevano di stare in un mondo in cui la ripetizione identica di un evento significa qualcosa di preciso; ma nella vita non lo puoi sapere. Non lo potrai sapere mai. Non potrai mai sapere se il déjà-vu sta fuori o dentro di te.
Qui, o da un’altra parte.
Dalì teneva il televisore sempre acceso su un canale inesistente, per tutto il giorno fisso sui rumori fosforici multicolori. Ad un suo ospite che gliene chiese motivo, rispose che era necessario mitridatizzarsi alle immagini in movimento. Così che non ti fottano all’improvviso.
Quando quello che vivi, senti, provi ti sembra di averlo già visto, sentito, provato; quando vedi un gatto che passa due volte dalla stessa porta, nello stesso modo, con lo stesso miagolio, stai attento. Potrebbe essere una trappola. Quando invece accendi la televisione e ti sembra di vedere sempre lo stesso programma, non preoccuparti – quello è normale.
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