la monografia - n. 3   l'Altrove

marion, indiana, 
7 agosto 1930

di libero savoiardo

“L’odio per l’altro, per il diverso, è una malattia. Io mi ammalai nel 1930.”

Cos’hai pensato, Cameron, quando i tuoi concittadini in un tumulto di migliaia d’occhi e mani e volti - ed erano padri esemplari, casalinghe timorate di Dio, bambini ben pettinati con la riga da una parte - vennero alla prigione schiumando e gridando con rabbia il tuo nome? 
Cos’hai pensato, quando la porta della guardina venne scardinata, e le sbarre della cella divelte?
Cos’hai pensato mentre venivi trascinato in strada, colpito con bastoni e manici d’ascia e calci e pugni e sputi e una giovane donna, salita sul tettuccio di un’automobile, gridava “Uccidete il negro! Uccidete il negro! Uccidete tutti i negri!”?
Cos’hai pensato quando ti portarono sotto l’acero, sotto quel ramo da cui pendeva già il cadavere mutilato di Abram, e presto anche quello di Thomas, e mani feroci infilarono a forza la tua testa dentro al cappio, serrando con decisione il nodo scorsoio a ulcerarti la pelle?
E cosa hai pensato quando infine hai udito quella voce, quando tutti hanno udito quella voce?

***

Marion, Indiana, agosto 1930.
Il caldo e la povertà macerano i pensieri. 
James Cameron, un adolescente nero di sedici anni, sta lanciando per gioco alcuni ferri di cavallo attorno a un palo. Lo raggiunge Thomas Shipp, 18 anni, e lo convince a fare un giro con lui e con Abram Smith, 19 anni. Quando scorgono una coppietta di bianchi appartata in auto in un vicolo nascosto, Shipp passa a Cameron un revolver, costringendolo a una rapina. Cameron intima all’uomo bianco di scendere dalla macchina, minacciandolo con la pistola. Lo riconosce subito: è Claude Deeter. 
Deeter è un cliente di Cameron, che si guadagna da vivere facendo il lustrascarpe. L’uomo è sempre stato gentile con Cameron. Il ragazzo si rifiuta di partecipare alla rapina, getta il revolver a Shipp e scappa verso casa. Mentre si trova ormai a tre o quattro isolati di distanza, sente un rumore forte. Uno sparo. Due spari. Tre spari. Quella notte stessa la polizia arresta i tre giovani neri, con l’accusa di aver ferito a morte Deeter e violentato Mary Ball, la ragazza che si trovava con lui in macchina. 
La sera successiva, diffusa la notizia, l’intera cittadinanza di Marion si raduna e, con la complicità della polizia locale, assalta la prigione per prelevare i tre ragazzi, rinchiusi in celle separate, e linciarli uno per uno. La gente bianca chiede sangue nero. 
Lo avrà.
Il primo a essere preso è Thomas Shipp, che viene percosso a morte e seviziato, e poi impiccato con il collo spezzato e la mandibola slogata alle sbarre della stessa cella di Abram Smith.
Tocca a lui, adesso. Anche Smith viene mutilato e colpito fino alla morte. Quelli che si trovano troppo lontani per percuoterlo lo lapidano con pietre e mattoni. Qualcuno infierisce sul suo costato con un bastone. La folla applaude. Il cadavere viene trascinato in strada tra urla e risate, e appeso per il collo a un albero d’acero. 
Ora la folla grida la propria rabbia verso James Cameron, invoca furente il suo nome, lo vuole, lo prende.
Il ragazzo viene trascinato fuori dalla prigione, percosso quasi mortalmente, insultato e portato all’albero d’acero.
Cameron riconosce alcuni dei presenti, spesso ha lucidato loro le scarpe e falciato i loro prati. Nessuno interviene in suo aiuto. Un cappio gli stringe il collo. Non c’è più tempo per nulla, la folla pretende la sua vita.
D’improvviso, una voce quieta sovrasta le urla. 
“Lasciatelo, lui non c’entra nulla”. 
Nessuno saprà mai dire, in seguito, di chi fosse quella voce, se di uomo o donna, e da dove provenisse, e perché fu ascoltata nel tumulto. Così come le acque del mar Rosso, anche la folla a quelle parole si calma, si fende, crea un varco, tace. Le mani lasciano Cameron, gli permettono di liberarsi dal cappio e di tornare barcollante e insanguinato alla prigione.
Ora anche il cadavere di Thomas Shipp viene appeso all’albero d’acero, accanto ad Abram. La parte inferiore del corpo di Thomas, nudo dalla cintola in giù dopo che la gente ha lacerato i suoi pantaloni insanguinati per portarne a casa un brandello come souvenir, viene coperta dal lembo di una tunica del Ku Klux Klan. Thomas ora rammenta certe rappresentazioni del Cristo crocifisso, con i fianchi cinti da povera stoffa. Un fotografo, Lawrence Beitler, scatta una foto che ritrae i due adolescenti impiccati e una folla da sagra paesana che cammina sotto i loro corpi. Gente normale, uomini in cravatta e cappello di paglia, donne in abiti estivi. Nell’immagine qualcuno ride, altri indicano i cadaveri fissando senza espressione l’obbiettivo della macchina fotografica. Qualcuno ha l’aria annoiata.
Beitler passerà dieci giorni e dieci notti a sviluppare migliaia di copie di quella foto, rivendendole come cartoline-ricordo a 50 centesimi l’una.
Era il 7 agosto 1930.

Questo è stato l’ultimo linciaggio pubblico avvenuto nello Stato dell’Indiana. A seguito dell’episodio verrà emanata una speciale legge anti-linciaggio. 
James Cameron sconterà quattro anni di galera. Uscitone, diverrà attivista politico in difesa dei diritti della minoranza afro-americana. Nel 1988 fonderà a Milwaukee il Black Holocaust Museum, che raccoglie testimonianze delle torture subite dai neri americani per motivi razziali.
Oggi, a 91 anni, Cameron è l’unico sopravvissuto a un linciaggio che resti ancora in vita per raccontarlo.

***

Cos’hai pensato, Cameron, mentre la gente per odio e per rancore voleva spezzare il tuo corpo e strappare la tua anima?
Cosa hai pensato quando, in seguito, Mary Ball ha ammesso di non aver subito alcuna violenza, quel giorno d’agosto?

“Odiavo i bianchi. Tutti, indistintamente. Uomini, donne, bambini. Desideravo la loro morte.
L’odio per l’altro, per il diverso, è una malattia. Io mi ammalai nel 1930.”

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