la monografia - n. 3   l'Altrove

polmoni

di hotel messico

Il conteggio

Sette buste verdi di plastica, due accendini scarichi, un paio di occhiali per la miopia con l’astina tenuta insieme con lo scotch, la destra, precisamente, che è anche un poco stretta e mi stringe sopra l’orecchio, dovrei andare a farla regolare, una penna con l’inchiostro rosso, quattro tovaglioli di carta, tre batterie stilo scariche.

La procedura

Tutti i giorni conto i miei oggetti. Vivo in macchina perché in casa mi manca l’aria. Respiro bene solo se sto per strada e allora ho lasciato casa. Ho lasciato anche mio fratello che è down, ma lui non c’entra niente con questa cosa dell’aria. Forse la mia bocca è troppo piccola oppure i polmoni non sono capaci abbastanza per contenere tutta l’aria che mi serve. A volte ho la percezione precisa della quantità di aria che c’è in un posto e mi accorgo quando sta per finire. Allora cambio posto. In genere mi tengo lontano dal mare anche se sto a Napoli. Nell’aria del mare c’è troppa salsedine e mi brucia nella gola. Gli oggetti stanno tutti nel bagagliaio in due buste di plastica. Nelle altre cinque buste ci sono i vestiti estivi e invernali. Quando sono fermo nel traffico mi muovo avanti e indietro con il busto perché non posso stare fermo. Mi riconosco solo nel movimento.

La collina

In genere vado sulla collina di Posillipo, là c’è molta più aria. Ci resto fino alle sette del pomeriggio, fino a quando non cominciano a venire i fidanzati. Si chiudono in macchina e chiavano e le macchine ballano sugli ammortizzatori. Io resto finché non iniziano ad ansimare troppo e consumano troppa aria. Vado via prima che mi venga il panico.

La macchina

La macchina è di mio padre. E’ un Opel Astra station wagon. Un giorno gli dissi che dovevo andare a un colloquio e non tornai più a casa. Mi hanno visto un paio di volte per strada ma non hanno mai provato a parlarmi.

Mio fratello

Mio fratello è down. Una volta ha provato a soffocarmi. Mi ha messo le mani intorno al collo e stringeva. Io pensavo che dopo poco le avrebbe aperte. Provai allora a spingerlo via e gli misi le mani in faccia e le mie mani stavano diventando viola. Le mie mani viola sulla faccia di cento chili di mio fratello. Poi arrivò mia madre.

Gli zingari

Per alcuni mesi sono stato al campo zingari di Scampia. Gli zingari ci sanno fare, sono furbi e se li metti in una casa muoiono subito. Sono come l’erba che cresce in mezzo ai campi. All’inizio erano sospettosi. Loro avevano le roulotte e io me ne stavo in macchina. Poi un giorno il capo dell’accampamento bussò al mio sportello. Mi fece entrare nella sua roulotte e parlammo molto. Mi offrì del vino, mi presentò ad altri zingari e alla fine dissero che potevo restare nel loro accampamento.
Odessa

Odessa era la nipote del capo accampamento. Aveva gli occhi turchese e si vestiva con una gonna color smeraldo. Non avevo mai visto denti così bianchi. Lei mi spiegò molte cose sulla vita degli zingari. Ci fidanzammo, e il capo accampamento diede una festa per il nostro fidanzamento. Ballammo e bevemmo fino a notte, e mentre ballavamo io mi tenevo gli occhiali stretti sul naso. Poi Odessa andò a dormire nella sua roulotte e io nella mia Opel Astra. Alle quattro misi in moto e me ne andai in un altro posto.


Piazzole di sosta

Da alcuni mesi ho preso l’abitudine di andare a parcheggiare sulle piazzole di sosta della tangenziale. In quei posti si trova di tutto e quello che è in buono stato lo prendo e lo metto nelle buste verdi del bagagliaio. Ho trovato un libro di algebra e ho iniziato a studiarlo. Ho imparato a calcolare la distanza tra due punti nel piano cartesiano.


Sigarette

Oltre alla benzina le sigarette sono il mio problema più grande. Raccolgo le cicche per strada, le chiedo ai passanti, le elemosino nelle tabaccherie, le imploro ai poliziotti quando mi fermano e le chiedo ai tossici per strada.


Il libro

Sull’ultima pagina del libro di algebra ho trovato la lettera di un ragazzo che si è suicidato. E’ scritta con una calligrafia fitta e con l’inchiostro nero. Lo spazio tra una riga e la successiva è così breve che a leggerla mi manca l’aria. Sembra che le frasi si divorino a vicenda e se le guardo fisse per un minuto ballano e si deformano. Le t si allungano e con l’uncino della stanghetta si aggrappano al cappio delle g e s’impiccano. E’ asfissiante. C’è scritto che la ragazza lo aveva lasciato e lui allora voleva cambiare posto definitivamente. C’è scritto che si sarebbe sparato dietro a un casolare dell’Anas, nei pressi della piazzola di sosta dove ho trovato il libro. Allora sono andato a vedere. Ho parcheggiato la macchina tra le siringhe e i preservativi e sono uscito. Ho superato il guard rail e ho respirato tutta l’aria che c’era in quel posto. Ho visto il casolare di cemento grigio senza neanche una lampadina a illuminarlo. A terra, sul retro del casolare, c’era il corpo consumato del ragazzo. La pelle era attaccata alle ossa della faccia e la carne era del tutto scomparsa. Le braccia avevano una circonferenza di pochi centimetri e la mano sinistra era stata divorata dai topi. La pistola era a un metro dal corpo. Era in posizione fetale, insolita per uno che si è sparato. Forse non è morto subito e allora ha provato dolore e si è pentito di averlo fatto, ma solo per un paio di secondi. 

Poi l’aria ha cominciato a consumarsi, e allora sono ritornato alla macchina.

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