la monografia - n. 3   l'Altrove

voyage au bout de la nuit

di effe

Con queste mani, con queste braccia ti sorreggo, sollevo il peso del tuo corpo giovane, leggero per il mare lungo, pesante per il fiato che non hai.
Tenendoti così davanti ai miei occhi non vedo altro che te, ti sei fatto linea d’orizzonte e zenith, sei cresciuto fino a riempirmi lo sguardo intero.
Ti vedo adesso come non ti ho visto mai, ora che, così vicino, sei così lontano.
Attraverso le ore della notte ti ho vegliato, figlio, cantando parole che non ho saputo mai, all’apice dell’onda che è ritmo e canto, l’onda che con pericolo ci ammalia – ma non devo dormire, ora, non posso, riposa tu, io terrò lontano il fondale che ci chiama e il freddo che ammansisce il pensiero e lo rallenta facendolo sogno, e allora diviene tutto uguale, la mia voce, quella dell’onda, il cielo e il mare, entrambi neri, e neri noi, e non so più se sia in cielo o nel mare che galleggiamo e cantiamo e sogniamo, e non so più se sono io a sostenerti, o tu a darmi riposo e appoggio.
Questo mare racconta di donne-pesce che cantano e incantano i marinai e li attirano sul fondo. Qui, nella notte, ho sentito le loro voci, figlio, i loro corpi mi hanno sfiorato, neri nell’acqua nera. E non so se erano reali, quei corpi, reale quel canto, o se era l’eco della mia voce, o quella del mare, o se ho sognato, e se la realtà non sia solo un inganno crudele del sogno.

Era successo già, in questa nave di ruggine e di vite non meno condannate, era già successo che altri, in questo viaggio di molte partenze e mai nessun arrivo si arrendessero con l’anima prima, e poi col corpo. Li avevano fatti scivolare in mare, freddi subito e dimenticati. Con lo sguardo altrove, abbiamo lasciato che le loro storie affondassero anche nei nostri ricordi.
La sera prima, figlio, mentre la nave solcava il silenzio, mi hai chiamato dal sonno per domandare, ma io, per non parlarti del freddo e della fame e dell’ignoto, ti ho risposto domani, me lo dirai domani, ora dormi, non pensiamo a niente, ora. 
Ma l’indomani nulla poteva essere più detto, e io non potrò mai conoscere la tua domanda, né tu ribellarti alla mia risposta. Al mattino, figlio, al mattino ti abbiamo trovato immobile rigido freddo in mezzo al calore dei corpi ammassati, le labbra spaccate dal sole a scoprire i piccoli denti bianchi, gli occhi aperti e bui.
Ti hanno preso piano, come per non svegliarti. Quando sei scivolato in acqua ho sentito il freddo sulla tua carne, ho patito il bruciore del sale sugli occhi, ho tossito per l’acqua amara nella gola. 
E mentre l’acqua ti portava giù, ho visto il buio, ho provato la paura.
Ho pensato alla tua domanda irrisolta, al tuo corpo che cercava calore contro di me, alle tue mani che stringevano le mie con fiducia priva d’incertezze. Allora ti ho seguito, figlio, dal bordo più basso della nave sono scivolato in acqua anch’io, senza far rumore, senza una voce o una mano che volesse fermarmi. Ho trattenuto il tuo corpo, l’ho afferrato, l’ho tirato e spinto e riportato in superficie, ti ho scostato i capelli dal volto, ho chiuso i tuoi occhi spenti, abbracciandoti per non farti sentire il freddo e la paura, baciando il tuo nome sulle guance, nuotando per non cedere alle profondità.
Ti avevo promesso nuove vite, figlio. Le avevo promesse. Non ho mantenuto.
Ti avevo giurato nuovi mondi, e un domani giovane. Non ho mantenuto.
Ti avevo regalato dei sogni da sognare con tranquillità. Non ho mantenuto.
Ho pianto lacrime, e anche tu avevi lacrime sul viso, o forse erano gocce di mare, le ho asciugate con i palmi delle mani, come per una carezza leggera.
Ho gridato perché quest’attimo tornasse indietro, perché non venisse più, ho gridato per riaverti, per rispondere a ogni domanda, adesso, per non tradirti ancora.
Mi sono guardato intorno, e non c’era più nulla, figlio, non c’era più nessuno. Non le coste d’Africa con le nostre vite equatoriali vendute per il costo d’un viaggio. Non la terra di quel Paese dal nome impronunciato, che tradotto doveva significare per noi Futuro. Non la nave dei sogni e del domani. E nessun dio.
Non c’era più niente, figlio, solo io e te, e l’onda, e il sole a picco del giorno, e l’ombra adesso della notte.
Restiamo qui alla superficie come due isole, come un’isola sola, aggrappati, come luogo vivo su cui si possa posare l’albatro, sedimentare la terra portata dal vento, germogliare una pianta. Siamo inerti e organici, cibo per il mare – non più uomini, ormai.

La notte non ha fine, figlio, non ha riposo l’onda, non arretra il freddo, né si arrende l’oscurità. 
Così a lungo dura la fatica di morire. 
Gli occhi non vedono più, per il sole e la stanchezza. Il tuo corpo bruciato dal vento e macerato dal sale è lento e pesante, ma non ti lascio, figlio, non ti abbandono alla profondità e al pesce che si nutrirà del tuo corpo e poi del mio, stringo ancora la tua mano che è come legno di relitto, ancora ti parlo e asciugo l’acqua dal tuo viso.
Non ho più nient’altro che questa volontà, non sono altro che volontà, in questo punto piccolo del mondo che nessuno sa, che nessuno ricorderà. 
Ti racconto, racconto a te la tua storia per farti ancora esistere, per resistere io stesso ancora un po’.
Ti racconto del tuo breve passato, le notti odorose di casa e il torrido dei giorni, ricordo gli abbracci e l’addio, e la partenza, e le mani che trattenevano ancora per un ultimo saluto, e gli occhi già verso settentrione, verso la vita nuova e forte che chiamava, e il sorriso di tutti, le parole e le lingue diverse che dicevano di una medesima speranza.
Ti parlo e ti sostengo, figlio, ti parlo e ti sostengo, mentre affondiamo ancora un po’, mentre l’aria entra ormai a fatica dentro al naso e nella bocca, e più spesso ora l’acqua ci ricopre, e a stento ritroviamo la superficie oscura.
Se solo bastasse il dolore di un uomo, a cambiare il mondo.
Ma adesso, mentre non so più da che parte sia il mattino, e se stia per arrivare o ancora resista lontano da qui, adesso, dopo il giorno e dopo la notte, adesso che ogni forza è vinta, e nonostante ancora lo rifiuti e gridi e maledica, e ricordi la promessa, adesso, figlio, non sono più mie le mie braccia, non più le gambe, non le mani – e la vita, ora, nemmeno.

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