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desiderio
di synesius |
Quanto corre quella ragazza: sembra che qualcuno la stia desiderando troppo. Svolta all’angolo, scende dal marciapiede e percorre l’asfalto macchiato di un parcheggio vuoto e assolato, voltandosi di tanto in tanto, come per controllare di non essere seguita. Supera un paio di aiuole con l’agilità dei suoi passi leggeri, attraversa una via semideserta e finalmente rallenta. In un sabato di luglio non c’è molta gente in città, ma ciò che l’ha spinta a correre è ancora lì, dietro di lei, solo apparentemente meno incalzante e minaccioso di prima; è come se, pur mantenendosi sempre alla stessa distanza, si ritraesse e si espandesse in un movimento di sistole e diastole che la ragazza non può controllare.
Respira a lungo, si guarda alle spalle un altro paio di volte e atteggia il volto a un’espressione platealmente noncurante, come se avesse deciso che in fondo si tratta solo di una sensazione impalpabile, priva di consistenza, una pulsione della sua anima o un sentimento del suo cervello. Perché nessuno la sta seguendo, dietro di lei non c’è né un malintenzionato né un balordo, sulle sue tracce non si è messo nessun maniaco, tanto meno uno spasimante respinto o un borseggiatore. È più una pulsione, appunto. Un sentimento. Un desiderio. Ecco, alla fine ha deciso di chiamarlo così. E non tanto nel senso della mancanza di una cosa necessaria al suo benessere, né in quello più concreto che lo identifica nella cosa stessa a cui si anela, quanto in un insieme di reazioni psicosomatiche di cui la ragazza non capisce bene l’origine e la causa. Comunque qualcosa di innocuo. Basta non assecondarlo, non dargli troppa confidenza. È solo un desiderio, basta tenerlo a debita distanza.
E così fa. Continua a camminare per la via che, di qua e di là, offre accoglienti luoghi di ristoro: una gelateria, un’infilata di negozi di abbigliamento con ingresso libero e aria condizionata, là un bar e più avanti una libreria. Quasi quasi mi faccio un giro, pensa la ragazza. Ogni tanto controlla se quella specie di segugio immateriale è rimasto indietro. Ma no, è sempre lì, sempre alla stessa distanza. Dopo un po’ la ragazza si ferma, fa spallucce e s’infila con decisione nella libreria.
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La sera prima aveva conosciuto un ragazzo: doveva addirittura essere più giovane di lei. Addirittura. Lei ha ventidue miseri anni, e quel ragazzo aveva i capelli davvero arruffati, ma non ad arte come certi tipi troppo belli. Piuttosto, come un turista che si fosse imbattuto per caso nella bora di Trieste. Anche lo sguardo richiamava esperienze dello stesso tipo. Al di là delle presentazioni sommarie che introducono regolarmente quelle cene in cui si incontrano, complici le ricorrenze più diverse, le persone più diverse, i due si erano guardati per tutta la serata, nonostante la presenza al fianco di entrambi delle rispettive controparti. Poi verso le undici si erano trovati faccia a faccia nel corso di una di quelle migrazioni promiscue di uomini e donne verso i rispettivi bagni. Il corridoio era piuttosto stretto e i loro corpi – per la precisione la spalla di lei e la clavicola di lui - si erano sfiorati per un attimo. Senza guardarsi troppo, si erano sorrisi mormorando scusami all’unisono. Poi, rinchiusi ognuno nel proprio loculo avevano fissato pareti opposte pensandosi a vicenda. Tutto lì. Per il resto della serata la ragazza e il ragazzo erano stati monopolizzati dai loro accompagnatori.
E ora, davanti a novità editoriali provenienti da tutto il mondo, la ragazza si sente stupida. Non vuole rinunciare a quel desiderio, ma non è sicura che sia il suo. Afferra un libro in cui nel titolo c’è la parola “idolatria” e dopo un veloce blitz alla cassa esce dal negozio. Il desiderio è ancora lì, ambiguo e asessuato. Impossibile stabilire a chi appartiene, forse a lei, forse a quel ragazzo dagli occhi stupiti. Forse a nessuno dei due. La ragazza si ferma al centro del marciapiede, distende le braccia lungo il corpo e si prepara ad accogliere quel desiderio abbandonato. Per un po’ cerca di comportarsi in modo naturale, fa finta di niente per non farsi notare. Poi si lascia andare: assapora quel desiderio, solleva il viso offrendogli la gola e lo contempla, amplificandolo. Alla fine corre via, non più inseguita ma, questa volta, inseguendo.
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