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emad
di mistral |
La prima
difficoltà fu capire quale fosse il
nome e quale il cognome. Emad Gamil
Abdul Gafoor. La segretaria addetta
alla compilazione degli elenchi, a suo
dire sempre oberata di lavoro, aveva
deciso di non perderci troppo tempo e
l’aveva inserito alla lettera
“E”, sbagliando clamorosamente,
come apparve chiaro appena un compagno
di classe più sensibile della media
ebbe la bontà di chiedergli come si
chiamasse. “Emad”, rispose
timidamente (pronunciandolo “Imed”,
peraltro), e così l’abbiamo
chiamato sempre tutti da allora in
poi, anche se per la burocrazia
scolastica il suo posto nell’elenco
è rimasto quello, errato,
dell’inizio. Quando si fa
l’appello al mattino, arrivando a
lui tra un cognome e l’altro, ormai
sappiamo che lo stiamo chiamando per
nome, accenniamo un sorriso e lui, che
non se l’è mai presa per
l’equivoco (non se l’è mai presa
per cose peggiori, figuriamoci),
risponde con un sorriso a sua volta.
Sapeva a malapena
qualche parola di italiano e qualche
altra in spagnolo. Occhi nerissimi e
curiosi del mondo, capelli scuri e
ricci, pelle ambrata. Non era facile
collocarlo “ a vista” in una
provenienza geografica o etnica
precisa, e più tardi ne comprendemmo
il motivo. Quando finalmente arrivò
un minimo di documentazione scritta,
infatti, il consiglio di classe scoprì
che il ragazzino era figlio di padre
Yemenita e madre Cubana, incontratisi
dio sa dove e come, e poi venuti in
Italia in cerca di lavoro e di una
vita migliore per il piccolo frutto
del loro incontro. Entrambi a servizio
presso una famiglia “bene” del
luogo, da sempre parlavano tra loro e
con Emad in un misto di arabo e
spagnolo, a cui si era poi aggiunta la
necessità di imparare l’italiano.
Sfido che parlava poco… non sapeva
neanche lui in che lingua esprimersi!
Mi sentivo quasi sadica all’idea di
confondergli ulteriormente le idee con
l’inglese, ma i suoi genitori, al
primo colloquio, insistettero
sull’importanza di quella lingua
preziosa per il futuro lavorativo del
figlio, assolvendomi da scrupoli
residui.
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Silenzioso e tranquillo, passa ore a
sfogliare l’atlante e a disegnare
paesaggi che non ha mai visto eppure
vuole sentire suoi, ora dune sabbiose,
ora palme e mari azzurri, perso in un
altro posto che non è mai casa sua.
Straniero a Cuba, straniero nello
Yemen, straniero in Italia, non trova
un luogo in cui mettere radici e
questo lo disorienta, anche se noi
docenti gli ripetiamo in continuazione
che deve considerare la peculiarità
della sua situazione come un
arricchimento, una fonte di opportunità
e via idealizzando. “Vedrai Emad, tu
non te ne rendi conto adesso, ma nella
vita avrai una marcia in più”. Lui
ci guarda con quel mezzo sorriso
gentile e ironico (senza dubbio dono
degli arabi geni paterni) e non
risponde, ascolta per un po’ e poi
torna al suo mondo parallelo. Cerca di
seguire i programmi come può (per lui
semplificati, s’intende) e se la
cava abbastanza bene, sveglio e
intelligente com’è, senza neanche
sforzarsi troppo. Passata la fase di
diffidenza iniziale, ora va abbastanza
d’accordo con i compagni, ma di
fondo è un solitario che non ama
troppo i giochi irruenti e le
chiacchiere rumorose tipiche dei
ragazzini di quell’età. E’ un
piccolo uomo serio di dodici anni che
cerca il suo posto nel mondo.
Nell’ultimo compito in classe di
inglese, tra i vari esercizi, ce
n’era uno che chiedeva di descrivere
in poche parole il clima del proprio
paese. Lui è venuto alla cattedra,
con l’aria timida e indecisa mi ha
chiesto “Prof, quale paese faccio
io?”. Confesso che per un attimo non
ho saputo cosa rispondergli, poi
sorridendo gli ho detto “Quello che
preferisci, Emad, tanto non è
importante, siamo tutti cittadini del
mondo”. Lui ha sorriso di rimando:
“Io di più”, ha concluso tornando
al suo posto a fantasticare di luoghi
lontani.
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