Cose dall’altro mondo

i cinque sensi di damasco

di marco dominici (siria)

Damasco. Un città che solo a nominarla evoca scenari esotici e affascinanti, profumi intensi e colori, fruscio di tuniche al canto serale dei muezzin. In realtà, ben poco è ciò che resta di tutto ciò nella metropoli moderna asfissiata, da vent’anni a questa parte, dallo smog e dal traffico che è la capitale della Repubblica Araba di Siria.
Se volete però cercare reperti della Damasco “Paradiso dell’Oriente” descritta dal pellegrino Andaluso Muhammad Ibn Giubayr nel 1184 (“Essa era adorna di piante profumate, e si mostrava nello splendore dei vestiti di broccato dei giardini… Venite al luogo dove la bellezza pernotta e fa la siesta”) dovrete aggirarvi nella città vecchia in un pomeriggio di maggio, e perdervi nei tortuosi vicoli della medina, tra i colori dei tappeti in vendita un po’ ovunque, bambini che portano su piccoli vassoi circolari tè fumanti che sono il miglior lubrificante per contrattare i prezzi con i commercianti (comprare un tappeto è un’operazione che può occuparvi anche ore, e litri di tè); girate poi l’angolo – uno qualsiasi - e sarete assaliti da un effluvio di profumi e fragranze di ogni tipo: spezie, caffè al cardamomo, pistacchi freschi e mandorle dolci. 
Damasco è decisamente una città che soddisfa ognuno dei cinque sensi, anche se è l’olfatto che la fa da padrone soprattutto quando, la sera, prima di tornare a casa, vi incamminate in uno dei vicoli coperti da pergolati mentre il cielo si fa bruno e nell’aria si spande il profumo di gelsomino. 
E’ allora che da ogni minareto sale il canto dei muezzin, le moschee una dopo l’altra accendono le loro luci verdi e la magia è completa; siete avvolti da una tipica sera in Medio Oriente, leggera e fresca come seta: la città sembra lievitare a poco a poco, cullata dai richiami alla preghiera e dal forte odore di gelsomino che vi accompagna ad ogni passo. La luna, chissà perché più grande e luminosa che “da noi”, emerge tra gli steli verdi dei minareti, come a completare un quadro davvero “da mille e una notte”.
D’inverno, invece, l’odore dominante è quello delle fave cotte: ad ogni crocevia, infatti, è facile trovare carretti ambulanti dove in enormi catini fumanti le fave bollono in acqua e cumino; assaporate le fave, resterà una deliziosa brodaglia al cumino, che dicono faccia benissimo alle donne incinte.
Ma la Siria è anche il paese delle chiese che sorgono fianco a fianco alle moschee, per il mio iniziale stupore: infatti qui resterebbero delusi tutti quelli che vedono il mondo arabo come un covo di integralisti, dove i cristiani sarebbero indicati a dito come appestati e costruire chiese considerato un reato.
Qui in Siria la comunità cristiana, circa il 10 % della popolazione, esiste e convive tranquillamente con il resto della popolazione di maggioranza sunnita; ma non mancano ismaeliti, sciiti, drusi e alatiti, che sono al governo e forse è questa una delle garanzie di rispetto delle minoranze. Un vero e proprio cocktail mistico che coinvolge anche le etnie, visto che qui è molto facile trovare armeni, curdi, circassi, iracheni, palestinesi e tante altre minoranze arrivate qui in Siria per i più svariati motivi.
Si fa presto quindi a dire “mondo arabo” con la superficialità di chi ne ha solo sentito parlare, o ha visto uno speciale televisivo di cinque minuti in cui donne nerovelate si aggirano timorose per vicoli squallidi, bambini cenciosi e ridenti assalgono il cameraman e palestinesi tirano pietre o gridano “Allah Akbar” in attesa di immolarsi alla causa in qualche autobus israeliano.
Ecco, per noi occidentali il “mondo arabo” oscilla ormai tra il mito esotico alla Lawrence d’Arabia e la minaccia integralista; comunque sempre un mondo monolitico, senza sfumature, una pietra nera e liscia come la Ka’aba, sempre più simbolo di un Islam di cui si parla molto e si sa pochissimo.
Davvero, alle diffuse immagini imperfette e fallaci del mondo arabo preferisco i miei ricordi, quelli passati e quelli presenti, avvolti nell’odore dei narcisi venduti per la strada da vecchi in kufiya, o negli gli effluvi più prosaici ma non meno intensi degli shawarma, sandwich in Italia noti col nome impreciso di “kebab”, che è tutt’altra cosa. 
Ecco che di nuovo l’olfatto torna protagonista, e mi ritrovo sulla spiaggia di Lattakia, dopo una giornata di mare, un’estate fa. 
Sulla riva rimangono solo poche famiglie che fumano l’immancabile narghilè dall’afrore dolciastro, ancora più penetrante ora che si amalgama in maniera indescrivibile all’aroma salmastro del mare; è sera, il mare si fa violaceo, l’orizzonte arde quietamente, la brace dei narghilè rosseggia all’imbrunire: di nuovo è un tripudio di sensi, che insieme assaporano e percepiscono l’essenza della felicità.

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