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il “cuore” di
tokyo
di gala (giappone) |
Shinjuku di sera è una fiumana di luci che si estende in ogni direzione, in lungo, in largo e dal basso verso l’alto. La più grande delle sue strade intravista dai finestrini di un treno prossimo a entrare in stazione alimenta la convinzione erronea di trovarsi al centro di Tokyo. In realtà un centro in questa città non esiste, ma, specie se si vive nella parte occidentale, pare difficile cedere alla tentazione di associarne l’idea all’immagine dei grattacieli dell’uscita ovest, ai caffè del
sanchome, al brillio esuberante di
Kabukicho.
Quando ci si avvicina al tramonto può tornare alla mente un viaggio in tram dalla bella
Waseda-dori al quartiere di Ikebukuro in un pomeriggio di Novembre. Sorprendono le fila di alberi dalle foglie rosse gialle rosa, intervallate da ruscelli, case e campi sportivi e l’alone momentaneo di luce arancio esalta il cromatismo avvolgente e caldo che per un attimo fa dimenticare che si è nell’autunno inoltrato di una delle più grandi metropoli del mondo.
A chiunque abbia visitato Tokyo o lo abbia anche soltanto programmato, sfogliando in tal proposito una comune guida turistica, il nome del quartiere di Harajuku certamente non risulterà nuovo. E’ senz’altro uno degli angoli più affascinanti della città, particolarmente adatto a lunghe passeggiate che toccano il verde ampio del parco di Yoyogi diviso equamente tra rock e silenzio, la sacralità docile dell’imponente Meiji Jingu e il lusso a volte un po’ bizzarro dei negozi di Omote Sando. Un’esperienza indimenticabile potrebbe essere prendere alle otto del mattino un treno della Yamanote, uno di quelli che in settimana sono stipati all’inverosimile, pieni di
salary man che vanno per lavoro verso Shibuya o Shinagawa, ma prenderlo di Domenica, e godere della quiete degli splendidi viali pastello di una Harajuku illuminata fievolmente dai raggi del sole primaverile.
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Poco distante c’è Shibuya, altro possibile centro ideale della megalopoli priva di centro. E’ difficile definire cosa attiri ogni giorno migliaia di giovani attorno alla statua di
Hachiko, il cane che una leggenda piuttosto conosciuta narra aver atteso con pazienza e fedeltà per dieci anni il proprio padrone morto all’uscita della stazione fino a morire esso stesso. Sono forse i locali, i negozi, i grandi franchising internazionali, o magari le
gals, le shibuyettes, fenomeno a dire il vero ormai in declino. Fatto sta che a Shibuya la notte sembra non arrivare mai, si ha l’impressione di trovarsi in un mondo a parte nel quale poca importanza hanno orari, passioni e tendenze.
Tokyo è una città che permette di essere ciò che si vuole e come si vuole. Ogni zona è un nucleo a se stante che soddisfa esigenze di ogni tipo. Il popolo tokyota è, nel bene e nel male, sempre più internazionale, ma conserva intatte (e sembra essere felicemente destinato a non perderle mai) le proprie caratteristiche migliori: la capacità di sorprendersi ancora senza vergognarsene e quel meraviglioso rispetto verso persone e cose che si chiama
omoiyari e che proprio non si riesce a tradurre degnamente in altre lingue.
In Aprile gli instancabili lavoratori della capitale giapponese dedicano almeno un giorno allo
hanami, cioè a osservare con incanto la bellezza immateriale dei fiori di ciliegio. Nei parchi, durante lo
hanami, si respira null’altro che un languore mite e gioioso, ed è facile che anche un italiano finisca per commuoversi. Resta da capire se è per la grazia dei fiori di ciliegio o per
l’omoiyari che sta nei sorrisi di sconosciuti dagli occhi a mandorla.
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