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buddha bazaar
di mattia landoni (cina) |
La settimana scorsa sono andato per templi con due amici stranieri, perché noi
expat dobbiamo vedere un po' la città. Noi espatriati, lontani 10.000 chilometri da casa, abbiamo un obbligo morale di raccontare delle cose belle quando torniamo.
"E hai visto la grande muraglia, hai visto i guerrieri di terracotta, hai mangiato il pesce palla?"
"Il pesce palla si mangia in Giappone"
Quindi abbiamo deciso di fare un giro per i vari templi della città di Shanghai. Il più famoso è il tempio del Buddha di Giada, ma noi prima siamo andati al tempio di Jing'an che ha una fermata della metropolitana.
Jing'an è situato sulla centralissima via di Nanchino, assieme a consolati, ristoranti famosi, centri commerciali e teatri. Da fuori fa una figura notevole: in una città senza passato, dove niente dura più di vent'anni, questo tempio fondato circa 300 anni or sono fa la sua figura. Il portone in teak, gli spessi muri in pietra, i tetti dorati con guglie alla maniera cinese. Un po' troppo nuovo, forse, ma qui il concetto di restauro è un po' più invasivo che da noi.
Beh, paghiamo il biglietto (circa un euro) ed entriamo. Con nostra grande sorpresa ci ritroviamo in un piazzale di cemento dominato da due bracieri neri e da un obelisco buddista. Le mura del tempio, viste dall'interno, ospitano numerose stanzette che fungono o da "cappelle" o da stanze di servizio per i monaci. Dal piazzale di cemento si entra in un capannone pure di cemento (tutto grigio, non una mano di vernice), che contiene due prefabbricati arancio minio e un grande spazio dove stanno le statue dorate di Siddharta Buddha (in cinese: Lulai Fuoo) e di tutti i suoi amici.
I monaci girano in tunica gialla e sandali di stoffa gialli, apparentemente insensibili a quello che sta intorno. Una folla di fedeli prega, vaga, compie gesti rituali. Dovete sapere che il Buddismo è molto più "ginnico" del Cristianesimo, perché prevede tutta una serie di esercizi fisici non indifferenti per portare a termine la preghiera. Ma noi non siamo abituati; non ci aspettavamo cemento e prefabbricati. Inorriditi dallo squallore, ci arrampichiamo per una scala di metallo che porta sul tetto del capannone. Su di esso si trova una enorme campana di bronzo, quella sì vecchia di 300 anni, dei panni stesi ad asciugare e, nel miglior stile
gatto selvaggio (edilizia
tofu, dicono qui), una scaletta che collega il tetto del capannone alla casa vicina.
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Ci portiamo ai lati del piazzale e visitiamo le stanzette laterali. Qui altre statue dorate ci guardano minacciose. C'è un dio dalla testa di maiale, uno con la barba che sembra molto
incazzoso, la famosa Kali con 6 braccia, insomma un repertorio da far concorrenza ad Omero. Roba che Herman Hesse ha preferito passare sotto silenzio. Ho sentito dire che il Buddismo, almeno nella sua versione cinese, ha assorbito dei culti popolari; non è difficile crederci.
E alcuni carpentieri stanno ricostruendo le balaustre in marmo bianchissimo, al che capiamo che probabilmente durante la Rivoluzione Culturale il tempio è stato devastato e adesso cercano di ricostruirlo uguale. Piano piano,
man man lai, come dicono qui; nel mentre, il candore del marmo e il minio dei prefabbricati.
Usciamo abbastanza in fretta, dopodiché chiediamo a un tassista di portarci al tempio del Buddha di Giada (üfuoo s!) . Quivi ci viene chiesto un altro euro per entrare (tassa per l'incenso); il tempio si presenta molto più vero, quantomeno i suoi cento anni li ha. Numerosi padiglioni contengono rigorosamente la statua di Buddha contornata da tutti gli altri
Pokemon dorati.
La gente accende bastoncini d'incenso e li getta nei numerosi bracieri; getta monetine nei vasi sospesi, e compie numerosi altri riti. Una buona
metà delle stanze è occupata da venditori di incenso (e la tassa?), candele, gadget, statue di varie dimensioni e artigianato locale. Arrivati al padiglione del Buddha di Giada, un tizio ci chiede il biglietto. Il mio amico, ingenuamente, gli porge il biglietto d'entrata, ma io ho già capito: è la trappola per turisti, bisogna pagare ancora. Nel mio povero cinese faccio dell'ironia: ma dietro la porta c'è un altro biglietto da pagare?, chiedo al tizio. Ci allontaniamo con la nostalgia della nostra religione, che pure ha i suoi difetti,
e che infatti abbiamo abbandonata, ma dove non ci sono
Pokemon dorati e monetine da gettare, tasse per l'incenso, e dove il figlio di Dio arriva e dice ai mercanti «guardate che cosa avete fatto nella casa di mio padre».
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