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paura di vivere o paura di morire?
di domenico ventra (india) |
Che l’uomo fosse un animale abitudinario lo sapevo già. Infatti temevo di cadere anch’io nella trappola dell’abitudine, io che proprio abitudinario non sono.
Così è stato in effetti, ma sono sicuro che l’ho fatto per questioni di comodità, di opportunità, quasi di sopravvivenza. Non avrei potuto vivere a lungo portandomi dietro tutti gli stati d’ansia con i quali sono arrivato e con quelli che l’impatto con l’India inevitabilmente assomma. Il cibo, l’acqua, le zanzare, il caldo infernale, la sporcizia diffusa, le malattie tropicali, il traffico insensibile e disumano. Tutti pensieri che mi assillavano quotidianamente, tutte paure che facevano coincidere la paura di vivere con quella di morire. Impossibile dedicare energie ad ognuna di queste cose! Col tempo ho imparato a lasciarmi andare, ho iniziato a fare delle X sulla mia lista dei pericoli incombenti, e piano piano ho imparato a vivere questa realtà, insomma mi ci sono abituato.
Sapevo anche che l’unica cosa a cui non ci si abitua è la morte, ma in India ho avuto l’impressione di familiarizzare anche con quella. La mia giovane età non mi ha permesso di vivere periodi storici in cui la vecchiaia e la morte godevano di un’attenzione particolare, e i giovani e gli anziani della stessa famiglia vivevano insieme e questo permetteva loro di fare riflessioni e di vivere appieno l’intero ciclo dell’esistenza.
Oggi né la vecchiaia, né tantomeno la morte trovano posto nella società moderna occidentale. La prima non rappresenta altro che un’offesa estetica. La seconda, vissuta ormai come un vero e proprio tabù, viene vista come una sconfitta per la medicina e per il pensiero unico scientifico dominante. Il risultato è che non si sa più invecchiare, non si sa più morire e si rischia di non saper più vivere.
Nella cultura Indiana è tipica la credenza della rinascita, che rappresenta l’obbligo, per un’anima che non abbia completato il suo ciclo di vite, di ritornare a vivere per approfondire la conoscenza del mondo. Il “livello” della nuova vita è commisurato alle esperienze fatte nelle esistenze
precedenti. Un uomo può rinascere appartenente ad una casta inferiore o, se si è macchiato di colpe particolarmente gravi, in forma di animale. Questo è, in parole molto povere, il concetto di
karma, perno che sostiene la teoria della reincarnazione. Il più alto fine dell’indù è raggiungere il
moksha, ossia la liberazione dal ciclo di nascita e morte, attraverso la conoscenza del
Brahman, l’assoluto.
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I monaci non fanno altro che insegnare quali siano i comportamenti migliori per
non tornare in vita.
La reincarnazione quindi viene sempre vista come una cosa negativa, in quanto testimonia l’incapacità dell’individuo di accostarsi al
Brahman. Ed io ho avuto quasi l’impressione che siccome ogni indiano fondamentalmente non avrebbe voluto nascere, egli finisca per vivere come chi non vorrebbe vivere. A volte ho avuto la sensazione che parte della società in cui sto vivendo sia mossa da una sorta di impulso mortale latente.
Solo col passare del tempo mi sono reso conto che si tratta “solo” di una concezione radicalmente diversa della realtà e dell’esistenza. Concezione che agli occhi di un occidentale appare senza senso e soprattutto che trascura l’idea, per noi ossessionante, del futuro. La nascita e la morte per un indiano non sono altro che momenti di mutamento nell’eterno flusso della vita, e poiché tutto ciò che muta non è realtà ma pura illusione, egli aspira a liberarsi dalla schiavitù dell’io e dai suoi desideri per riconoscersi come parte di un’esistenza che non ha né nascita, né morte.
Mi ero ormai assuefatto all’idea di vivere proiettato tra le possibilità del futuro piuttosto che nell’attualità del presente, a fare qualunque cosa in funzione di un probabile avvenire, e il confrontarmi con la precaria quotidianità Indiana, con il loro rimandare le cose spiacevoli sempre a domani, con il loro essere sempre in ritardo, il loro mostrarsi sempre estremamente possibilisti, il costruire qualunque cosa in maniera provvisoria, mi ha violentemente sbattuto in faccia l’immanente transitorietà dell’esistenza a cui, troppo distratto dal costruire il mio futuro, non pensavo ormai da tempo.
Questo mio paradossale accostare l’idea di morte a delle esistenze vivacemente protese verso il quotidiano, il temporaneo, credo che riveli, per alcuni versi, l’entità delle differenze culturali con cui mi sto confrontando. Differenze che mostrano la loro reale portata proprio nei frangenti come questo, in cui audacemente cerco di ingabbiare alcune dimensioni dell’illogicità Indiana in due parole.
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