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Amava le belle proporzioni e l’euritmia. Sapeva ricavarla anche dai dati più discordanti. E dalla prima pietra, dal primo filo teso per tracciare il perimetro, conosceva tutto il palazzo che s’andava a edificare.
Per lui costruire era ricordare quel che aveva immaginato.
Possedeva il segreto, dicevano, di guardare dentro il marmo. Si accostava ai blocchi, li ascoltava e carezzava, ne saggiava la scorza con pochi colpi di scalpello, cercava le madrimacchie. E se li scartava lui, nessuno scultore poi li sceglieva. Quei blocchi - marmi fragili - restavano testimoni di errori della natura.
Insegnò che in ogni marmo c’è una venatura fallace, un punto di rottura infallibile e certo, poiché ogni marmo ha, nel suo destino, una frattura.
Possedeva la chiave per essere perfetti, che usava con passione e sentimento.
E poi questa chiave l’ha persa, dimenticata o messa da parte. Forse l’ha gettata via perché non apriva alcuna porta; portava in nessun luogo.
Ha deciso che simmetria, ordine, euritmia indicavano il nulla. Ha ricominciato.
Si è nascosto dietro gesti complessi, difficili, ostili, e quasi sempre non finiti.
La malinconia a un certo punto lo ha vinto, la disillusione convinto, la vanità annientato.
Nel tempo la sua diventa una storia di carte incenerite: lettere, rime e progetti. E’ fatto noto.
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Ha bruciato cattivi pensieri, errori, inesattezze pensando, così facendo, di cancellarli. Ma come può un errore svanire? Svanisce solo la perfezione, perché essa scivola sopra il mondo e non lo intacca. Gli errori causano ammaccature, lividi, cicatrici. Restano.
Chi mi darà indietro il tempo perso, disse una volta. E le occasioni mancate?
E non se n’è mai fatto una ragione, che solo di cose imperfette possiamo contentarci: tutti noi abbiamo ideali e magnifici progetti che realizziamo nel mondo dei pensieri, ma poi procediamo tentando. Ché ogni opera creata è il tradimento di quella immaginata.
E quella che a tutti appare come perfezione non è che un’approssimazione.
E’ solo il sogno che ci appartiene.
E così fu anche per Michelagniolo, maestro sommo della bellezza delle opere incompiute, architetto di desideri lontani, attratto dalle assenze, che dipingeva e creava quel che sembrava non potesse esistere.
Filippo Tuena, La grande ombra
Fazi Editore, 2001
p. 290, Euro 14,46
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