contrAppunti

lettera da Port Royale

di anonimo pro-tempore

La conversione al giansenismo non è stata così faticosa come credevo. Potrei dire che si è trattato di un processo naturale come la mineralizzazione o la fotosintesi: è bastato permettere a me stesso di vivere il tempo sufficiente. Tutto è Male, la concupiscenza impregna ogni volizione e non esiste Grazia sufficiente. Secondo Cornelius Otto Jansen, essere fatti di carne equivale a peccare. Secondo mio padre, contare su appendici moderne quali il telefono o credere che il Piacere sia una necessità rivela tutte le tare di un’anima perduta. L’evidenza mi costringe a credere nel determinismo genetico.
La mia adolescenza mi passa davanti agli occhi astratta come un diorama composto da figure troppo magre o troppo grasse, coperte da t-shirt di gruppi musicali che mi appaiono oggi misteriosi come icone fittili appena dissepolte.
A quindici anni sognavo la liberazione attraverso la conoscenza. Perciò decisi che sarei diventato uno scrittore, e che il mio stato creaturale mi avrebbe preservato per sempre dalle trappole della morale comune. Trascorrevo le notti dialogando con voci registrate di determinate hotline, perché “sono esperienze che un artista deve fare”. Il giorno dopo, all’ultimo banco, incidevo testi di canzoni sul legno immaginando torce umane.
Durante la ricreazione facevo in modo di posizionarmi nel cortile, così che tutti potessero vedere la copertina del romanzo che assorbiva la mia concentrazione, mentre loro erano impegnati a fumare, truccare motorini e mordere lieviti oleosi. Leggevo Effi Briest e Gradiva sperando che qualcuno mi chiedesse delucidazioni. Le avrei fornite con aria di sufficienza. Poi, in risposta a un certo sguardo, avrei infilato un dito in bocca a Miss Liceo in vena di curiosità letterarie. Ci saremmo messi insieme, e nel frattempo avrei intrattenuto una relazione sadomasochista con il playmaker della squadra scolastica. Entrambi si sarebbero poi suicidati. Io ci avrei scritto la mia opera prima. Mi sembrava una transazione onesta.
Invece tornavo a casa da solo, chiuso nella mia splendida individualità, schiantato sotto il peso delle lingue morte. Necrofilia a parte, la mia immaginazione mi concesse di tutto, in quegli anni formativi. Questo mi rendeva un tipo affascinante, seduto sul letto a fissare la parete. Nello stesso momento, patenti di guida venivano conseguite; test di gravidanza consultati; rossetti riapplicati nel riflesso di un retrovisore; strumenti a corda suonati per la prima volta in pubblico; il tutto senza che la mia presenza fosse ritenuta necessaria.
Nella mia testa, io ero Pierre Clementi, ero Terence Stamp. Nel breve tragitto dal bagno alla camera da letto, per mio padre ero lo zombie che gli somigliava, non trovava affascinanti i circuiti elettrici e si faceva cogliere dall’isteria al sentir pronunciare sintagmi quali “sole”, “aria”, “aperta”, “colazione”.
- Papà, mi sono innamorato di questa ragazza. Mi bolle il sangue quando la vedo. “Quale sangue, sembri un morto.” - Papà, mi piacciono anche i ragazzi, credo. “Sei sempre stato un pigro” - Papà, sono nato per perseguire l’edonismo. “Ti manca solo il tatuaggio”. Poi tornava a guardare L’albero azzurro con una calma samuraica, dopo quella che lui continua tuttora a chiamare la réclame.
A questo punto, con il mento ancora fremente di rabbia, usavo tornare a incrociare le gambe sul mio letto nutrendomi di cuticole.
Violando un naturale autismo sviluppato fin dalla più tenera infanzia, a un certo punto volli scrollarmi di dosso quell’incantesimo linfatico al quale la natura sembrava voler condannare i maschi della mia specie. Mi applicai alla conoscenza biblica del maggior numero di esemplari consenzienti reperibili in zona. Anche di L., l’attrice-operaia più grande che insisteva – in determinati momenti – a chiamarmi “Ariel”. Studiai a fondo le leggi dei corpi spongiosi e cavernosi, la termodinamica applicata alle ghiandole e alle papille, la suzione e la contrazione, i precipitati di elementi stretti dal buio e dalla pressione idraulica.
Il corpo accumulava conoscenze; il mio taccuino continuava a rimanere intonso. Il meglio di me defluiva in piccole gocce ogni sera, abbandonando nella risacca il guscio finalmente soddisfatto di ciò che ero stato.
Tornavo a casa e aspettavo l’alba fissando il diaframma di mio padre nel ritmo del suo sonno senza desideri, una pace molto simile alla morte. Non gliel’avrei data vinta così facilmente: doveva pur esistere, dentro di me, una scintilla di vera passione. Quella che si nutre dell’invidia altrui, travolge ogni resistenza, e - mi si diceva – produce opere immortali in prosa o in versi.
Mi dedicai con rinnovato slancio al culto del nuovo e del diverso: ragazze da poco mestruate, uomini sposati; donne con un passato, ragazzi senza futuro. E nemmeno una poesia d’occasione!
Dare fondo ad un intero magazzino di fantasie anatomiche iniziava invece a mostrare conseguenze imprevedibili: mi sentivo leggero, pulito, sereno. Sorridevo senza motivo come un giovane mormone partecipe delle Rivelazioni. Iniziai a credere che giacermi con qualcuno potesse aiutarmi a liberarne lo spirito ottuso da voglie improduttive: dargli subito quello che cercava febbrilmente per mostrarne meglio la vacuità.
“Ora capisci – dicevo dopo l’ultimo spasmo – che non era questo il tuo vero desiderio. Non ho ragione? Se vuoi, adesso possiamo riflettere seriamente su cosa manca alle nostre vite.”
In poche settimane persi tutti i miei contatti. Non ne rimasi stupito: sapevo per esperienza quanto fosse lunga la strada verso l’innocenza. Presto o tardi mi sarebbero venuti a cercare, finalmente mondati.
Nell’attesa, ho spento il telefono. Guardo la tv con mio padre, aspettando che si addormenti per sistemargli un plaid sulle gambe. Mi siedo sul letto, sorrido. Si sta bene, noi due soli. E’ tutto così tranquillo qui, sembra sempre bassa stagione.

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