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borg
di andrea rossi |
Io
sto qui a tirare la mia seconda palla di servizio contro il muro
graffiato e sporco del cortile. E’ sempre contro di lui che
gioco e oggi ha la faccia tirata e cavallina di Lendl,
l’antipatico. Ieri è stato John “grande peste”
McEnroe, il rosso isterico, e ancora prima Ilje Nastase, il gatto
fantasista. Ho già sprecato la mia prima palla, finita
addosso alla porta di metallo del garage di destra. Al secondo
tonfo la vicina del piano rialzato mi manda dritto negli
spogliatoi con quattro urla e un braccio alzato. Come giudice di
sedia è inappellabile. Lui invece in tv ha appena
piegato le ginocchia di là dalla rete, sul prato verde del
campo centrale. Ha stretto i pugni e consegnato al cielo con un
urlo la sua ennesima vittoria. Poi si è rialzato, ha
ricomposto i lunghi capelli biondi sotto la fascia che gli
incorona la fronte, ha appoggiato con delicatezza a terra la sua
Donnay di legno, accanto alla sedia, e si è sfilato i
polsini. Alla fine si è seduto: per un momento soltanto,
il tempo necessario ad asciugarsi le mani ed il volto, ad
indossare la giacca della tuta, tirando la lampo fino in cima, e
a riporre la racchetta nella custodia.
A
Wimbledon è così. Ci vuole classe, aplomb e
rispetto del protocollo. E questa è la sua quinta vittoria
consecutiva. E lui è Bjorn il “pallettaro” Borg,
l’orso svedese dalle corde tirate fino a 40 kg e dal rovescio a
due mani, una cosa che tecnicamente proprio non si può
vedere ma che fa male, molto male, di là dalla rete.
Io intanto ho
appena cambiato il mio set di palle: il muro le graffia tutte e
al terzo torneo me le ritrovo sgonfie, sporche e spelacchiate.
Non si può vincere così, neanche contro Jimmy
Connors, il cowboy che va verso il declino. Oggi sopra questo
cortile, stretto tra due condomini, c’è lo stesso cielo
grigio di Wimbledon. Non c’è lo stesso pubblico
elegante, questo no. Ma non m’importa e neppure a lui, a Bjorn:
siamo due freddi noi, senza pause mentali nel gioco. Solo un urlo
alla fine e i pugni stretti: un lampo romantico che ci attraversa
e un amore sconfinato per la nostra racchetta.
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La mia è una Bour, viene da Parigi, modello speciale in
legno, impugnatura a scanalature sottili per avere una maggiore
aderenza nella presa. “G. Bourca”: così è
scritto su quel manico. E’ scritto in corsivo veloce, quasi
l’autografo di un campione. E’ un regalo, questa racchetta,
ed è un regalo anche l’intelaiatura a trapezio,
anch’essa in legno, dentro cui la metto a dormire quando non la
uso. E stringo bene le viti a farfalla che la fissano ai quattro
angoli: che resti rigida, che risponda colpo su colpo senza
piegarsi. La stessa cosa che chiedo al mio braccio.
E’
il regalo della signora Krastan, quella di Castel Rametz. La
signora dei vini, la svizzera dagli occhi chiari di Neuchatel che
ogni stagione viene da mia madre a farsi fare cappelli di
pelliccia o di panno ed i vestiti. Una signora minuta dai modi
garbati, ma decisi. La studio da lontano quando viene; mi
metto a fondo campo e aspetto che mi guardi o mi dica qualcosa.
Non sono io a battere per primo: io gioco di rimessa. Quando lei
lo fa, con quei suoi occhi chiari e con quel suo accento tedesco
un po’ addolcito, allora io le rispondo: o con lo sguardo o con
le parole. E’ un gioco tra me e lei ed io non mollo. Inutile
provare a vedere chi dura di più: può anche stare
lì due ore, tra prove e qualche chiacchiera con mia madre,
ma io non mollo. Ho un buon ritmo sulle gambe, mi muovo veloce
tra le stanze di casa e le rilancio occhiate arrotatissime,
difficili da giocare. Non vengo mai a rete, esattamente come
Bjorn “il pallettaro” Borg: in fondo si tratta di rimandare
la palla di là una volta in più dell’avversario.
E’ semplice la ricetta per la vittoria. Parola dell’orso
svedese.
Poi lei se ne va. Alla prossima,
penso. Mi trovi qui, sullo stesso campo. Intanto continuo ad
allenarmi giù in cortile con la mia Bour di legno e corde
di budella, azzurre come il cielo.
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