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alla bocciofila di Chiavari
di matteo pelliti |
Viaggiando in treno, da sud verso nord in direzione Genova, di necessità dovrete passare dalla stazione di Chiavari. Qui avete due sole possibilità: o state andando a proprio a Chiavari, e quindi vi conviene cominciare a salutare, senza troppa cerimoniosa poesia, i vostri occasionali compagni di scompartimento; oppure non dovete scendere a Chiavari, ma da qualche altra parte più a nord. Nel primo caso non potrete fermarvi ad osservare con attenzione, fuori del finestrino, l’avvicinarsi della stazione. Se, invece, non dovete scendere potreste ascoltare questa breve storia che, ne sono certo, tornerete a ricordare ogni volta che vi capiterà di passare davanti alla stazione di Chiavari.
Bene, stiamo per entrare in stazione, il treno rallenta: alla vostra sinistra, palazzi, case, sottopassaggi stradali, semafori, anche uno spicchio di mare, ma giusto un’intuizione di mare. Poi, improvvisamente, una specie di villetta affacciata sul binario. E’ una casa, rosa tenue, su tre piani: il primo scivola giù nel grigio del sottopasso per le auto; il secondo apre l’ingresso davanti ad una ringhiera in cima ad una scaletta ripida, di cemento; la ringhiera, che corre parallela alla strada e sta a perpendicolo con la ferrovia, si affaccia proprio sul primo binario, quello che va a nord, il “senso legale di marcia” del treno; il terzo piano per metà fa una grande terrazza coperta alla meglio, con l’ondulato di plastica verde trasparente che non si usa più. La casa ha una sua ordinata compattezza e, se non fosse per quella scritta blu sopra l’ingresso, sopra la ringhiera che guarda la strada, ti chiederesti com’è che l’hanno fatta costruire così a ridosso del primo binario.
Il treno va abbastanza piano da farvi leggere compiutamente la scritta blu, che poi sul rosa tenue ci sta pure bene: Dopolavoro ferroviario. Le lettere sono alte e strette, tutte uguali. A destra, un paio d’insegne, marche di caffè. O forse è lo stesso caffè, perché la pubblicità cambia e gli hanno portato l’insegna nuova. Sopra, nella terrazza coperta, c’è tutto un groviglio d’antenne: si riconosce la parabola bianca per vederci le partite il sabato sera.
Sul retro del Dopolavoro c’è una specie di veranda: la potete vedere comodamente se non dovete scendere, oppure se, scendendo a Chiavari, siete ancora davanti ad un finestrino lato mare, o affacciati alla finestrella dello sportello sulla piattaforma. La veranda somiglia alla terrazza, ma somiglia anche ad un giardino coperto, ad una pista da ballo, ad una pista da corsa. Riparata dal sole, tra il verde, le fa da sfondo un bel muro bianco, sul quale sta scritto, a caratteri cubitali rossi: Bocciofila Dlf; sì, è un campo da bocce, perché dirla “bocciodromo” sarebbe eccessivo e, forse, inesatto. Se avrete la pazienza di seguire ancora questa storia, perché è lì che si è svolta, sul campo da bocce, vi capiterà di immaginarvi il protagonista anche quando, come adesso che ci passiamo accanto, rivedrete la bocciofila deserta. Scusi, ma lei non doveva scendere qui? Ah, vuole sapere cosa è successo? Allora, guardi, glielo racconto in due parole.
Eravamo rimasti a leggere la scritta della bocciofila; devono averla rifatta da poco, perché il bianco del muro è proprio bianco, ed il rosso è ancora bello brillante. Ora, chi potrà mai voler giocare a bocce praticamente quasi dentro ad un binario ferroviario, con la confusione degli arrivi e delle partenze, e col frastuono dei treni che non si fermano nemmeno, coi freni, col fischio, con l’odore di ferro al sole che vien su dalle traversine? Sicuro: ferrovieri ed ex-ferrovieri. Sono loro che ci passano i pomeriggi, interi pomeriggi e, d’estate, anche la sera, che ci fa pure un bel fresco sotto la veranda del campo da bocce.
Il più forte giocatore della Bocciofila Dlf Chiavari era - così vuole la leggenda - un ex macchinista: Luigi Tredici; Luigino, per gli amici dopolavoristi. O meglio, Luisito, per i compagni di bocciofila. L’avevano soprannominato così per via di una certa somiglianza col calciatore argentino Luisito Suarez e, in particolare, perché Luigino prestava una cura estrema nel tingersi i capelli e nel pettinarli, come Suarez, con una brillantina profumata. Luigino-Luisito era così: un signore settantenne, magro e piccoletto, non più di un metro e sessantotto, un gilet di cotone verde scuro anche in agosto. Avete presente Suarez? Ecco, così. Il più abile giocatore di bocce di Chiavari.
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Dovete sapere che, di solito, a bocce si gioca a squadre, e che la squadra ideale deve avere almeno uno stratega, uno che sappia colpire dalla distanza le bocce avversarie e uno che sappia accostarsi al boccino. Luisito era unico in tutti e tre i ruoli; averlo in squadra era già una mezza vittoria. Astuto come pochi, gentile con i compagni di squadra e con gli avversari, simpatico, pronto allo scherzo, un pozzo d’aneddoti di una vita passata sui treni. Raccontano che in partita, tra un colpo e l’altro, sapesse riconoscere provenienza e destinazione d’ogni treno che gli passava accanto.
Un pomeriggio di maggio, la prima giornata veramente calda a Chiavari da settimane, con i primi turisti stranieri in calzoni corti e gli alberghi già quasi pronti alla stagione, alla Bocciofila del primo binario si giocava un torneo intercomunale. Da Rapallo, da Sestri, da Moneglia, da Santa Margherita, le squadre delle rispettive bocciofile dopolavoristiche si sfidavano lì, sul primo binario. Alle sei di sera, la pista è già ombreggiata. Sta a Luisito tirare, e la boccia è davvero scomoda; deve decidere se accostarsi di precisione nel traffico dei punti degli avversari o se lanciare lungo, a sparigliare le posizioni guadagnate dall’altra squadra, togliendole punti. E’ nervoso, temporeggia. Guarda l’orologio. Sa che deve fare in fretta, perché più o meno alle 18.20, minuto più minuto meno, passa l’intercity 538, e quello non ferma a Chiavari, anzi, fa un baccano che non hai idea, se non ti trovi lì a due metri dalle traversine.
Luisito è in vera difficoltà; si avvicina per vedere meglio la posizione di gioco, studia la posizione del boccino, annusa nell’aria l’arrivo del treno, l’elettricità che si avvicina, l’aria che si sposta, il fruscio che viene dai binari. Torna nel cerchio di lancio, all’inizio della pista. Coraggio, Luisito!
Decide di accostare, non se la sente di fare un lancio lungo; teme che l’arrivo del treno, improvviso, gli sposti tutta la traiettoria in aria. Accosta. Il movimento del lanciare la boccia lungo la pista per accostare il boccino ha una dolcezza unica: il rotolamento sembra una carezza silenziosa al suolo, il rumore che ne esce sembra una specie di suono che vince l’attrito. Forse c’è troppo attrito, forse c’è un granello di troppo, ma il tiro sembra corto. Il tiro è corto e arriva il treno. La boccia arretra mentre l’aria calda spinta dall’Intercity entra nel binario. La boccia rallenta sempre di più, tanto che puoi vedere la trama a granito nera e bordò frammento per frammento. Il treno fischia per avvisare che non si fermerà, perché non si deve fermare. La boccia lanciata da Luisito è quasi ferma, le rimane una piccola porzione di movimento, ma resta lontana dal quartiere delle bocce che stanno a punto. Luisito si mette una mano sulla fronte.
A questo punto, così almeno me l’hanno raccontato, il muso del locomotore dell’intercity 538 sta quasi per affiancare la pista: il macchinista riconosce Luisito di spalle, è lui che gli ha insegnato il mestiere. Allora, per salutarlo, dà un colpetto di freno, leggero, e fischia di nuovo; magari Luisito si gira e lo saluto, pensa. E, infatti, tutti si girano: perché un intercity che frena e fischia a due metri da te fa un gran baccano, che non lo immagini neppure se non ti ci trovi a due metri. Luisito si gira e saluta l’allievo. I due si sorridono, mentre la boccia di graniglia nera e bordò riprende a muoversi: si rianima. La frenata leggera, le vibrazioni di quelle tonnellate in movimento sono arrivate a cedere un po’ di spinta alla boccia di Luisito, che va ad appoggiarsi proprio contro il boccino.
Sono cose che succedono, ma solo ogni tanto. Se vi capitasse di passare dalla stazione di Chiavari, magari, date un occhiata anche voi; e se vedete un ometto che somiglia a Suarez che gioca a bocce vicino al primo binario, salutatelo per me, dal finestrino.
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