contrAppunti

questa cosa dei peli

di synesius

Era già mezz’ora che girava in mutande. Ogni tanto lui alzava gli occhi dal libro e la guardava. Non aveva mai visto delle mutande così. Cioè sì, ma non dal vero. Due triangolini semitrasparenti di dimensioni diverse. Azzurri, i triangoli.
Semitrasparenti. E un filo in tinta che teneva insieme tutto. Annodato sui fianchi con due lieti fiocchetti.
Lui continuò tranquillamente a leggere il suo libro, un best seller americano che gli avevano regalato, mentre con le dita della mano sinistra solleticava il titolo stampato in rilievo sulla sovraccoperta in carta patinata. A un certo punto lei gli si piantò davanti e con un gesto fluido sciolse i lacci facendo volare via i due triangolini azzurri.
- Tatàn…
Lui la fissò prima negli occhi, poi abbassò lo sguardo e vide il pube più depilato che gli fosse mai capitato, sempre dal vero, di vedere. Tutto ciò che rimaneva era un ciuffetto di peli senza senso. Lì, sospesi a un paio di centimetri sopra la vagina. Lontani dal contesto. Un po’ sotto l’ombelico trapassato da un piercing etnico.
- Spettacolo… - disse senza troppa convinzione.
Poi fece un errore grossolano; abbassò per un attimo gli occhi sul libro che teneva ancora aperto sulle ginocchia: gli mancavano poche righe per finire il capitolo e non seppe resistere.
Lei sbuffò, recuperò le mutande da dietro al lettore DVD, dov’erano finite durante la breve ma intensa coreografia, e scappò nella stanza vicina.
- Lo spettacolo sei tu, che preferisci quel libro a me. Cazzo.
Quando usava termini tipo “cazzo” voleva dire che era arrabbiata. Non diceva mai “cazzo” così, come intercalare. Lui voltò pagina, posizionò un segnalibro che pubblicizzava un altro best seller americano, chiuse il libro e si alzò.
La trovò davanti all’armadio, che si stava vestendo rabbiosamente.
- E adesso dove vai?
- Da nessuna parte. Mi vesto.
- Ma è quasi mezzanotte.
Lei si fermò, pervasa da un senso di impotenza di fronte a quell’uomo così banale.

Stava per ricordargli qualcosa di spiacevole, ma lui non la lasciò parlare.
- No, adesso spiegami questa cosa dei peli, perché te li fai togliere da lì.
- Ma che domanda è?
- Vorrei capire. Io c’ho una foresta che sale, sale e si ferma a quattro dita scarse dall’attaccatura del collo, vedi? Qui. Ma mica mi depilo.
- Per una donna è diverso.
- Lo è adesso. Prima non lo era.
- Prima?
- Sì. Hai presente Mina quando cantava “Le mille bolle blu”, che alla fine alzava le braccia e aveva sempre quel tubino nero senza maniche?
- E allora?
- Allora neanche le ascelle si depilava lei.
- Erano gli anni ’60.
- Per dire che è diverso adesso. Che prima non lo era.
- Va bene, hai ragione. Prima non lo era. E allora?
- No, dico, facessi lap dance…
Lei si bloccò per un attimo. Poi scoppiò a piangere. Poi arrossì. Infine si gettò sul letto.
- Che stronzo. Guarda che se faccio queste cose è solo perché voglio piacerti.
- Ma tu mi piaci.
- Non è vero. Vattene.
Lui fissò con attenzione il copriletto color pesca: stava pensando al da farsi. Poi si voltò e uscì dalla camera da letto. Si diresse verso il divano, dove lo aspettava il suo romanzo, parlando tra sé e sé.
- Era soltanto per dire. Mi piaci anche se ti depili.
Non era triste, ma neanche allegro. Ripensò a quando l’aveva conosciuta, che aveva vent’anni e se ne stava seduta tutta sola sui divanetti in finta pelle di una discoteca di provincia. Il Dj stava facendo i suoi virtuosismi ed era appena passato da Ladies’ night di Kool and The Gang a Just the way you are di Barry White. Aveva tutto stampato lì nella testa, come se fosse successo il giorno prima.
Aprì il libro e mentre spostava il segnalibro pensò, stupendosene, che da quella sera erano già passati più di vent’anni. 

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