contrAppunti

La bella signora

di lagradisca

- Lo ricordo bene, quel signore - riprese - stava seduto su quella panchina con lo sguardo smarrito. Aspettava qualcuno, ma non ricordava più chi. Piangeva. Così mi sono messo a parlare un po’ con lui. Era molto colto, parlava di tante cose. Non seguiva un ordine, parlava, parlava. Ogni tanto smetteva e lo sguardo si perdeva sul niente. Facevano rumore, i suoi pensieri ed erano veloci. Non desideravo andare via, ero come incollato a quella panchina. Era pomeriggio, le quattro, forse. Ci passarono davanti tante persone, alcune le ricordo bene. Una ragazza con un bambino per mano e una gran pancia, sarà stata di almeno otto mesi, ma non è che io me ne intenda. Incrociando una zingara fece un gran urlo. Gridava “Ha sei dita, ha sei dita! Adesso mi nascerà con sei dita!” Da quello che ho potuto capire la zingara aveva sei dita in una mano e la ragazza sosteneva che era rimasta così impressionata che la sua creatura sicuramente sarebbe nata con la stessa malformazione. Poi mi ricordo di un uomo. Avrà avuto quaranta, quarantacinque anni. Ci è passato davanti quasi correndo, ma io l’avevo già notato mentre si dirigeva verso di noi e la sua andatura era decisamente lenta. Anche lui aveva il volto rigato dalle lacrime –

James parlava ad una signora elegante, una bella signora. Tacchi alti, tailleur classico di colore chiaro e capelli lunghi, scalati, biondi. Quello che lo colpì maggiormente fu il profumo: dolce, forte. Nauseabondo.

Pensò - Non uscirei mai con una così -.

***

- Quel ragazzo ? Poteva avere la mia età, forse un po’ più giovane. Mi chiamava Arturo, ma non è il mio nome -.

Il dottor Anelli, geologo in una grande industria petrolifera, era persona integra, dai modi cortesi e un‘innata eleganza. Parlava in maniera chiara, con un tono di voce caldo e profondo. Era un piacere stare in sua compagnia, se ne accorse anche lei, mentre continuava a fargli domande. – Era una mattina gelida, andavo di fretta, a parte brevi tratti in cui dovevo rallentare per asciugare fastidiose lacrime che mi si formavano a causa del freddo pungente. Il ragazzo mi corse addosso, come se dovesse dirmi qualcosa di urgente. In effetti il suo modo di esprimersi era concitato, faceva strani gesti con le mani e con la testa, indicava una panchina, vuota. Per un po’ stetti a sentirlo, poi mi spazientii perché avevo fretta, non capivo che cosa volesse da me. E poi non si vedeva niente…-.

Il dottor Anelli smise di parlare, e con la mano si toccò le tempie.

- Dio che mal di testa che fa venire questo profumo. – pensò – Peccato -. E la considerò un’occasione mancata.

La donna camminava avanti e indietro con passo deciso, anche se il continuo mordersi il labbro faceva pensare al contrario. Non ricordava quando la situazione fosse precipitata. Era sempre stata sicura di avere tutto sotto controllo.

***

Saltellando spensierato si girò con una piroetta levando le braccia al cielo. Salutò con un gridolino che sembrava più il trillo di un usignolo che la voce di un bimbo. Corse verso la nonna, che lo aspettava tendendogli la mano. Guardò la mamma con un sorriso che gli occupava tutta la faccia e, girato l’angolo, scomparve.
- Sei pronta, Agnese? - una voce femminile, secca, la riportò con i piedi per terra.
- Se non lo fossi? - rispose quella infastidita
- Aspetterò, io ho una gran pazienza -.
- Tanto vale - biascicò Agnese - tanto... se hai deciso di tediarmi -.
- Voglio solo sapere perché l’hai fatto -.
- Ancora? - rispose tra l’incredulo e lo strafottente la ragazza - Insomma, è possibile, è possibile che non si possa scherzare mai? Te l’ho già detto, te lo ripeto: scherzavo! Insomma, vuoi che io creda veramente che mio figlio possa nascere con sei dita, all’ottavo mese, poi?! Uffa, ma che noia. No, la zingara c’era ma era normale, presumo... visto che le mani neanche gliele ho guardate.

Perché l’ho fatto, perché l’ho fatto... perché non sapevo di scatenare ‘sto pandemonio, se no stai sicura che non l’avrei fatto. Anzi, quasi quasi adesso me lo chiedo io: ma perché l’ho fatto? -.
Agnese si sedette su una panchina, accarezzandosi la pancia che ormai cominciava a pesare e cominciò a fantasticare sulla sua vita, sulla vita dei suoi figli. Lo faceva spesso, era una sognatrice. Qualcuno pensava che fosse un’artista, perché dipingeva e perché era stramba.

La bionda e austera interlocutrice girò sui tacchi e se ne andò scuotendo la testa. In fondo, non era poi così vero che avesse tutta questa pazienza. Agnese la guardò allontanarsi, con una punta di invidia.

- E’ bella, è alta, e fa sicuramente girare la testa agli uomini -. Sorrise con aria furba tra sé - Devo scoprire che profumo usa -.

***

- Me lo compra un gelato, Signora? Dai, me lo compra? -.

La Signora si allontanò in fretta – Ma tu guarda: dovrebbero rinchiuderla certa gente. Chissà cosa può fare uno così –. La Signora camminava e pensava in fretta. Non sapeva dire cosa l’avesse spaventata di più, se quel ghigno sulla faccia o gli occhi lacrimosi e persi. Certo il contrasto era inquietante e orrendo. L’aspetto no, però. Era curato, rasato di fresco, e fresco di dopobarba. Le scarpe erano lucide ed era anche ben vestito.

- Me lo compra un gelato? Mia moglie non me lo compra. Non vuole che mangi il gelato –. Cominciò a ridere, a ridere male, come un ringhio di cane - Ahahah ahahah – tirando in fuori le labbra, mettendo in mostra le gengive – E io me lo mangio, adesso lo mangio -.

La gente si spostava, cercava di evitarlo, non era certo rassicurante la sua performance.

Si avvicinò un ragazzo e gli chiese con tono cortese se avesse da accendere.

Il vecchio lo guardò stupito e con aria solenne rispose – Non ho le sigarette. La Marta non vuole. La Marta non vuole che mangi il gelato e neanche che fumi una sigaretta. Mi dai una sigaretta? -.

Il ragazzo gliela diede e cominciarono a discorrere del più e del meno. Con pazienza lo portò a parlare di sé, si offrì di portarlo a casa e riuscì così a sapere che si era allontanato da un Istituto di igiene mentale non distante da dove si trovavano.

Prima di salutarlo, il ragazzo gli comprò un cono limone e cioccolato.

***

Nell’Istituto si sparse la voce subito. I dottori sorridevano sollevati, gli infermieri sorridevano felici, gli ospiti sorridevano per i fatti loro, altri erano amorfi come sempre. James parlava a tutti senza neanche prendere il respiro, il dr. Anelli parlava da solo, Agnese non parlava, non le interessava un gran che quello che le accadeva intorno.

La bella Signora tamburellava nervosamente con le dita della mano destra sul bancone della reception. Qualcuno la guardò male, allora lei smise e cominciò a battere con la punta del piede sul pavimento.

Entrarono tenendolo dolcemente a braccetto: un angelo a destra, un angelo a sinistra. Gli sussurravano a turno “siamo arrivati, tranquillo, ecco, vedi che tutti ti aspettano… sei stato proprio un brigante, ci hai fatto spaventare, sai?”. Lei gli andò incontro con un mezzo sorriso, incerta sul comportamento da tenere. Lo abbracciò e disse soltanto – Ciao, torniamo a casa. Ho già preparato le tue cose -.

Lui la guardò con gli occhi annebbiati. I suoi movimenti erano lenti e imprecisi, ma la fissava con impegno. La scrutò e con aria solenne le disse – Lo sa? Lei mi ricorda la mia figlia -. 

indietro   |   indice   |   avanti