contrAppunti

riunione

di punch-drunk

Davide ha ventisei anni, e l’abitudine di fare un gioco strano con le mani. Una volta mentre in piena notte, ubriaco, stava cercando con un paio di amici di sigillare le porte della scuola col silicone passò per caso una macchina della polizia; loro scapparono per la stradina laterale, e proprio quando il poliziotto che li seguiva era già troppo lontano si distrasse e inciampò. È da quella caduta che ha una cicatrice sulla mano, che quando parla stuzzica con due dita dell’altra mano, con piccoli movimenti a spirale che vanno allargandosi e poi restringendosi di nuovo. Fa l’agente di commercio, e non ha una ragazza fissa da quattro anni.

Pietro fa il barista. Pietro è quello che ha meno cose in comune con gli altri – era stato bocciato il secondo anno e aveva lasciato tutto, cominciando a lavorare al bar come voleva il padre. All’epoca sembrava non potesse stare un attimo fermo, parlare con lui era seguire i suoi movimenti nervosi e i suoi monosillabi. Non è un barista complice, di quelli che se ti vedono di cattivo umore ti parlano, senza richiesta, di calcio o di politica, di luoghi comuni o di filosofia. È un uomo bassino, smagrito, severo, con le guance incavate, che lava male i bicchieri in cui poi verserà la tua consumazione.

Elena ha venticinque anni, faceva la primina. Vestiva imbarazzanti completi rosa stinto e benché non fosse un fenomeno a scuola il suo atteggiamento tranquillo e ossequioso la faceva amare da tutti i docenti. Il secondo anno, messa (temporaneamente) a fianco di Valerio resistette due ore, poi proruppe nel primo vaffanculo della sua vita, che per sua sfortuna capitò in un momento di relativo silenzio in classe e che le valse una nota di demerito, la prima della sua vita. Arrivata a casa pianse due ore di seguito, e un’ora in più pianse quando la mamma seppe cos’era successo e le proibì di mangiare il dolce. Lavora in radio, passa tanto tempo facendo cose per una Onlus.

Valerio indossa sempre quelle camicie a quadri a maniche corte. Sarebbe simpatico, ma non ha perso la sua brutta tendenza ad ossessionare le persone (una volta diede tanto fastidio a Elena che quella proruppe in un insulto in piena lezione, lei sempre così timida). Anche adesso, ripete la stessa battuta tre volte, la stessa presa in giro sei volte. Valerio, basta, puoi capirlo anche tu.

Marco non è alto e ha i capelli castani e le orecchie a sventola, la faccia furba da teppista scozzese. Al secondo anno aveva imparato un ottimo metodo per passare il tempo – staccava lo strato più superficiale del banco, quello di plastica verde, e lo mordicchiava per ore prima di buttarlo consumato e sbiadito. Studia giurisprudenza, e gestisce un moderato traffico di stupefacenti. Il proprietario della pizzeria da cui sono andati è un suo cliente, e anche il figlio, ma lui non lo sa.

Ylenia a ventisei anni è nel fiore della sua bellezza. Indossa un vestito leggero a fiori da adolescente, lascia che i lunghi capelli lisci le cadano sulla faccia e parla di politica.

A volte, quando Gianni la contraddice, lo guarda di sbieco inclinando la faccia in avanti. Poi con un soffio si scosta un ciuffo di capelli dagli occhi, e comincia a parlare trattenendosi, come imbavagliata. Prima di riprendere fiato però ha preso a fare ampie volute con le mani, e si è accesa l’ennesima sigaretta.

Gianni è grasso e lento; è stempiato e crede che nessuno se ne accorga. Legge City tutti i giorni, sbirciando ansiosamente le notizie più assurde. È convinto che il giorno in cui ci attaccheranno – chi non lo sa, ma è puramente funzionale, sostiene – le prime avvisaglie saranno fatti inconsueti collegati tra loro, e City ne parlerà. Sostiene invano da anni che le strisce che gli aerei lasciano nel cielo su alcune grandi città servono ad annullare la volontà. Al liceo stava sempre zitto, era l’unico a sapere che a Valerio piaceva Elena.

Piero è isterico da quindici giorni, da quando il sindaco di sinistra della sua città ha fatto passare quel provvedimento che la giunta di destra non era riuscita ad approvare in due anni. Quando l’ha saputo è diventato paonazzo. Poi ha cominciato a dire che la colpa era delle lobby, ha preso la giacca ed è uscito. A chi glielo chiede, spiega che si è dato ad azioni di profonda sovversione, quali: sfalsare l’orario dei cronometri esposti in gioielleria, confondere i detersivi al supermercato, cambiare i cartellini col prezzo in profumeria, e le multe sulle macchine in divieto di sosta.

Luca eravamo convinti che sarebbe diventato qualcuno. Un famoso scrittore, o un giornalista. Luca era così bravo a scrivere. Adesso lavora come impiegato in una piccola casa editrice. Sta cercando un appartamento da dividere, perché quello in cui abita adesso deve andare alla figlia del proprietario. Ne aveva trovato uno carino, ma il coinquilino è un cristiano rinato che gli ha detto che sei anni fa è andato in coma e ha visto l’Inferno, e che è un posto enorme dove tutti fanno la stessa azione per tutto il tempo, tutti svitano lo stesso bullone. Sta valutando il male peggiore tra l’essere senza casa e il vivere con uno che crede a un inferno fordiano.

Michele non perde mai quella sua aria spavalda. In paese tutti parlavano di lui, perché a quattordici anni era caduto in motorino da una scarpata, rotolando per la discesa fino a fermarsi contro un albero. Non l’ha mai detto a nessuno, ma quello era stato il suo unico quarto d’ora di celebrità e se si fosse rialzato senza farsi niente l’avrebbe rifatto.

Giacomo è arrivato in ritardo, come sempre. Ha preso a fumare e ha l’aria sempre pensierosa. Ha spiegato che non si era svegliato prima delle otto. Da un mese dorme quindici, sedici ore al giorno, addormentandosi il mattino anche tardi. Dice che stare svegli la notte è meglio, che è amniotica. È laureato in scienze politiche ma dopo aver fatto il giornalista adesso è disoccupato. A chi gli chiede che cosa ne pensi della politica imperialista americana risponde “la mia attuale presa di posizione verso i problemi della società contemporanea è: io torno a dormire”. 

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