contrAppunti

funerale

di royan

Indossa l’abito scuro, da festa. Le mani incrociate sul ventre sono grandi, dalle unghie ben tagliate. Immagino che sia stato uno dei suoi figli ad arrotondarle così bene. Lui non ha mai saputo farlo. C’erano volte che gli baciavo la punta delle dita, sorridendo della sua goffaggine con le forbici. Gli hanno pettinato i capelli all’indietro. La fronte è rimasta scoperta, segnata dalla rughe e dalle macchie. Mi guardo le mani, notando che hanno lo stesso colore della sua fronte. Un ragazzo dal viso contratto mi chiede se sto bene. Sì, sto bene. Solo ci sono troppi fiori, non gli sarebbero piaciuti tutti questi fiori. Mi porgono una sedia, ringrazio, perché i miei genitori mi hanno insegnato a ringraziare sempre. Se qualcuno avesse pensato di chiedere il mio parere, avrei convinto tutti (la loquacità è quella di un tempo) ad infilargli la cravatta scura a righe azzurre. Era la mia preferita. Quando lo aspettavo fuori dalla scuola, dondolando da un piede all’altro, i capelli sciolti e gli occhiali scuri, immaginavo il momento in cui gli avrei slacciato la cravatta. L’avrei ripiegata con cura ed appoggiata sulla sedia. Dopo, chiudevo sempre gli occhi, per non osservarlo mentre spiegava nuovamente la cravatta e la allacciava attorno al collo, come un cappio. Ho visto un uomo che gli somiglia. Lo stesso modo di inarcare le sopracciglia: credo sia il figlio maggiore. Me l’aveva descritto come un bambino inquieto, pieno di paure, capace di scoppiare a piangere per un nonnulla. Ora sta appoggiato a una bella donna. Lei gli accarezza la nuca con le unghie laccate di rosso, sussurra qualcosa. Forse si è stancata di rimanere in attesa. Che vadano, io posso aspettare ancora un po’, su questa sedia. Paolo, che è un brav’uomo, mi aveva detto di vestirmi più leggera, che siamo in luglio e fa caldo. Ma di vestiti leggeri e neri non ne ho nell’armadio, perché mi piace vestirmi come quando ero ragazza. Di colori pastello, a righe, a pois. Con quelle gonne che basta un po’ di vento e fanno la ruota. Oggi però c’era bisogno del nero, delle calze fitte e scure, del fermaglio per sistemare i capelli. Paolo mi ha fatto una carezza sulla testa, prima che uscissi, come fa sempre quando non capisce. E’ una persona onesta e da tanti anni mi è vicino. Vicino non nel senso in cui lo era Nicola, questo no. Nicola non era solo vicino, era proprio dentro di me. Con le parole e la sua bella bocca da professore, col sesso turgido ed il cuore gonfio. Ed io lo tenevo in me, lo cullavo perché potesse assopirsi tra i miei seni.

Le mani le tenevo sulla sua schiena forte. Gli occhi invece rimanevano sulle lancette dell’orologio. Dev’essere arrivata anche sua figlia. Una zaffata di Chanel che mi stordisce. Battito di tacchi, mentre si avvicina alla bara. Si china, posso immaginare le labbra rosse rimanere sospese lontano dalla fronte fredda. Paolo farebbe uno dei suoi sorrisi buoni e direbbe che è affettuoso contegno. Nicola avrebbe corrugato la fronte, avrebbe emesso una sarcastica sentenza e poi sarebbe scoppiato in una risata un po’ affrettata, rauca. Magari, se fossimo stati soli, mi avrebbe abbracciata e baciata sulla bocca, con quel suo modo goffo di ragazzo. La carta rossa del mio pacchetto scricchiola un poco quando lo stringo al petto, avvicinandomi alla bara. Lascio che il pacchetto scivoli fra un mazzo e l’altro di fiori, sollevo il braccio, riabbasso il braccio. Infine mi decido a sfiorarlo. Credo che ora, ora che è morto, il nostro patto sia finito. C’è stato un giorno di novembre che mi ha portata in un piccolo caffè sotto i portici. Il vento mi aveva arruffato i capelli e invano avevo atteso la sua mano domatrice fra i miei riccioli. Aveva giocato a lungo con la cravatta, rischiando di imbrattarla nel caffè. Alla fine me l’aveva detto. Mi aveva detto che voleva bene a sua moglie, che era la madre dei suoi figli. Io ho sorriso: si sorride sempre quando sei in compagnia di un bel professore, se piangi o implori capiranno che lui ti ha portata nel suo letto e ora ti sta scaricando. Ho sorriso ed ho chiesto il conto. Mentre il cameriere scriveva, m’ ha detto che non ci si doveva più vedere, né sentire. Basta telefonate dalle cabine pubbliche, basta voli fra le sue braccia all’uscita dalla scuola, basta sfiorargli le dita un po’ tozze. Ho messo la mano sul cuore ed ho promesso, seria, compunta. L’ho visto sussultare, macchiare la cravatta, cercarmi con gli occhi da dietro la vetrina del caffé. Mi sono sentita l’eroina triste di un film, di quelli che vedevamo affondati nelle poltrone del cinema, come i due ragazzi che non siamo mai stati. Ho mantenuto la mia promessa fino ad adesso, non l’ho infranta quando ho saputo della morte della moglie e nemmeno quando l’ho intravisto di lontano, un giorno, grigio e curvo. A lungo mi sono domandata se, almeno nella pazzia di un’ora, mi abbia amata. Ora non me lo chiedo più. Tra i fiori gli ho lasciato il suo Baudelaire, di carne ed oppio, che mi decantava in mutande ai piedi del letto. Mi allontano dalla bara, guadagno l’uscita con il respiro un po’ corto. E quell’emozione che stride un po’, in qualche angolo del mio corpo, come un rullio di tamburi che emerge a tratti, nella vita. Fa caldo fuori, è ora di pranzo e mi fermo presso una fiorista. Compro un mazzo di margherite, che piacciono tanto a Paolo. 

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