contrAppunti

il secondo giorno di primavera

di manuela ardingo

Neanche buongiorno e, puntuale, aveva iniziato a vomitarsi sulle sei sette file di occhi assonnati sotto la pedana: quel giorno parlava di resistori, resistori a quattro morsetti.
Le pieghe dei vestiti lo assecondavano come se, per tutta la vita, non avessero fatto altro che essere i suoi pantaloni, il suo gilet, la sua giacca. Strusciava il gesso sulla lavagna e i segni rancorosi erano minacce, mai certezze. Non ne poteva più, ecco una certezza. L’unica che ci saremmo sentiti di condividere.
Noi e lui. Questo piccolo mondo ai confini del sonno che nasceva ogni giovedì in una delle aule luminose al piano terra e moriva lo stesso giovedì. Tre ore dopo.
Strusciava il gesso e scacciava, a colpi di cassino e slavine di concetti, i pensieri che pizzicavano di più. Ma sarebbe stato più elegante dissolversi. Lo pensava spesso. Anche se al non essere era abituato, ormai: erano anni che viveva lontano da tutto. Prima insegnava a mille chilometri da casa, poi a seicento, ora a trecentocinquanta: ne aveva fatta di strada! E che gioia quando, a soli trentadue anni, aveva ottenuto la cattedra… Poi, si sa, ci si abitua a tutto. E la differenza tra seicento e trecentocinquanta chilometri aveva via via perso evidenza: benzina, solo quella. Doveva essere una cosa di passaggio: questione di un anno massimo due e avrebbe insegnato nella sua città. Ma i giorni erano passati a mucchi e aveva spiegato i resistori a quattro morsetti a così tanti occhi da arrivare a odiarli.
Tutto era fermo al giorno in cui aveva fatto furore, come lo chiamava sua madre. Se guardava agli anni passati non riusciva a distinguerli: valigie lunghe cinque giorni e il fondo nero di una lavagna a scandire il tempo. Dal lunedì al venerdì in facoltà. Poi di corsa a casa. Ogni primo sabato del mese a pesca con Manlio. Ogni tre domeniche sua madre a pranzo da loro. Ogni due domeniche la Formula Uno. Poi di nuovo in autostrada.
Aveva due figli. Due vite molto più segnate dall’affetto pendolare di quanto fosse disposto ad ammettere.
Aveva una moglie: un'amica cortese che lo aiutava con la valigia.
A volte pensava che se non ci fossero stati i ragazzi avrebbe iniziato col tornare ogni due settimane, poi le valigie si sarebbero fatte sempre più grandi e un giorno le rughe intorno agli occhi di lei sarebbero diventate intollerabili… Ma non voleva permettersi certi pensieri: lui e Maria s’erano voluti bene. E' solo che quando sei giovane dovresti cercare di annullare tutte le distanze. Perché poi ti stanchi. E se ti stanchi e sei lontano, rischi di perderti. Non era stata colpa di nessuno. Solo, un po’, del giorno in cui Bruno aveva fatto furore.
E domenica, mentre faceva le valigie, Maria era in piedi e soffriva per il silenzio che si era creato tra loro. Così, anima buona, cercava di riempirlo come poteva. Bruno l’ascoltava e aveva freddo.
Sarà per via del cambio di clima! Aveva detto lei.
No. Aveva risposto lui. E’ dentro.
Maria inghiottì la saliva e continuò.
Comunque ti piace lì: sei contento di questo nuovo lavoro, no?
Quello che chiedeva era: dimmi che stai bene, dimmi che è servito a qualcosa.
Ma non era il suo nuovo lavoro: erano quindici anni che Bruno il venerdì sera cenava in autogrill. Così, come nei film, si capirono con un lungo sguardo e provarono a cambiare discorso.
- Filo dov'è?
- Filippo è su!
- Cos’è, ha cambiato nome?
- Ma, Bruno, Filippo è il suo nome.
- E’ sempre stato Filo.
- E' che ora ha sedici anni, è cambiato molto e… non vuole più essere chiamato Filo.
Allora Bruno si sentì stanchissimo. Quei quattro chili tutti suoi e di Maria. Quei quattro chili che poi, quando erano diventati venti o giù di lì, avevano inciampato per mesi sulle tre sillabe di Filippo, fino al punto di spingerli a ripiegare su Filo... Ora non voleva più essere chiamato così. Perché aveva sedici anni. Perché era cambiato. Molto. Così, senza fare rumore, Bruno smise. Chiuse la valigia: cinque paia di mutande, cinque di calzini, cinque canottiere. Baciò tre guance sul porfido rosa del vialetto di ingresso che Maria aveva tanto desiderato, salì in macchina e macinò trecentocinquantuno chilometri. Non uno di meno. Ora, di fronte alla lavagna, tra una resistenza a quattro morsetti e un condensatore, dissolversi tornava a sembrargli soluzione. Una soluzione al limite, lo sapeva. Quindi abbastanza inutile. Perché i limiti esistono solo in teoria e lui aveva tre guance praticissime che lo aspettavano sul porfido. Tutto quello che doveva fare era resistere per loro. Continuare ad abitare il limite, in caso sopperire, quindi dissolversi. Senza ipotizzare scorciatoie. Il gesso non strusciava da un po’, i segni già fatti sbiadivano tristi e la classe si svegliava. Lui taceva e assumeva un’aria più umana, ecco un’altra certezza. La seconda che ci saremmo sentiti di condividere.
Noi e lui. Questo piccolo mondo ai confini del sonno che nasceva ogni giovedì mattina in una delle aule al piano terra e moriva lo stesso giovedì. Tre ore dopo. Ma che, forse, questo giovedì finiva prima per rinascere diverso. Finiva prima della prima pausa. Poi, con un colpo di tosse, entrò nei pensieri delle sei sette file di occhi assonnati sotto la pedana. Oggi è il secondo giorno di primavera. Disse. Da noi già si fa il bagno, la domenica, al mare… Annunciò un’interruzione, fingendo indifferenza ma restando appoggiato alla cattedra. Assorto. Sembrava quasi dolce, con i suoi occhiali fumè e la sua giacca lisa. Aveva una barba da accademico, bianca e antica, solo sul mento.
All’improvviso quei tratti, così intonati alla sua rigidità, ci apparivano stridenti. Ci chiedevamo perché non tagliasse via il bianco, perché non scegliesse occhiali più luminosi, perché non sorridesse. Era caldo e lui resisteva nel suo vestito con gilet. Ci guardava con aria stanca e una vita un po’ spenta srotolata ai suoi piedi. Poi si girò verso il resistore a quattro morsetti, scosse un po’ la testa e fece per riprendere la lezione.
Anzi no: prima si tolse la giacca.

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