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capitolando...
di blu |
Il mare, il rumore
delle onde che s’infrangono sugli scogli, l’odore di
salsedine. Si rifugiò in tre termini ovvi, per vivere il
suo racconto. Aprì la prima pagina, e vi si immerse
dentro. D’un tratto, i contorni della vita assumevano quelli
delle sue parole, esattamente, in ogni dettaglio; senza alcun
pericolo di errori, o imprevisti, che ne cambiassero il corso.
Nella luce rosa e chiara della sera, pochi minuti dopo il
tramonto, cominciò a passeggiare per il lungomare di
Trieste. Il gabbiano incrociava il cielo in un volo tranquillo,
oppure, troppo ovvio il precedente, lo stesso gabbiano non
esisteva, o era altrove. Non voleva descrivere grandi cose
attorno al filo dell’esistenza; solo lasciarle correre e
fluire, per così dire, in modo tranquillo o, meglio,
sceglierle con quel minuto in più che regala un rallenty,
un carpe diem dilatato in un tempo bergsoniano all’incontrario,
fatto di emozioni da vivere più lentamente, e
non di secondi; al massimo, talvolta, tornare indietro e
cancellare, riscrivere meglio il passo già compiuto,
andare via prima da una storia ormai conclusa, regalare un
infinito al limite dell’uomo...
Sfogliò la seconda
pagina, ed era ancora l’introduzione; fece due passi, allora,
velocemente, finché si imbatté nel primo capitolo:
Eleonora.
Eleonora gli veniva incontro affascinante, bella
e sicura; la scusa per un caffè, o un qualcosa di meno
banale; forse era una compagna dell’università o,
meglio, il caso volle che fosse lei ad attaccare bottone.
Eleonora era quello sguardo incrociato e poi rincorso,
quell’intesa di una sera e poi il cercarsi, fingendo
indifferenza e casualità. Qui, fra le righe sicure di
poche pagine, l’avrebbe lasciata fluire come nella vita; solo
ad un certo punto ne avrebbe deviato il corso, quando
l’imprevisto ne avrebbe spezzato l’intesa, quando gli episodi
che decidono la vita, avrebbero sbagliato a tirare quel calcio di
rigore...
Si guardò attorno, e vide tutto perfetto.
Vide Eleonora davanti a lui, che gli sorrideva. Il gabbiano,
ancora una volta, indovinava la giusta traiettoria poco sotto il
sole, caldo ed arancione, che tramontava, eccezionalmente, una
seconda volta. Sorrise: l’editor grafico di questo mondo di
pixel gli suggeriva : “ L’uso di più di un punto e
virgola in una frase è poco comune; è preferibile
usare il punto o la virgola. Controllare...”.
Fu a quel
punto che decise di alzare le braccia al cielo e tirarlo giù,
scavalcare le pareti del sogno, e ritrovarsi ancora, di nuovo,
dinanzi a una tastiera; con Eleonora lontana, il mare a qualche
chilometro e tutta la sua vita; la vita come gli piaceva, con le
virgole e con più di un punto e virgola; che si leggesse
Moravia, quello scriteriato di un editor perfetto; che mangiasse
con le mani il pollo, sporcandosi e godendo; che mettesse più
di un fottuto punto e virgola, nelle frasi, per riflettere, tra
una virgola e l’altra; e prendere fiato, tra le emozioni…
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Aveva voglia,
ancora, di tutte le imperfezioni, del broncio di Eleonora,
nascosto dietro a una parola, che bisognava indovinare; e dei
suoi piccoli piedi a papera, che bisognava amare. Aveva voglia,
ancora, di averla persa, finalmente, una volta per tutte; di
lasciarla, ferma in un ritratto, nelle cornici del passato, e di
uscire. Non c’era il mare, e non c’era nemmeno il
gabbiano, chissà dov’era. Molte automobili, troppo
rumore, nemmeno i due passi: prese l’automobile. Suonala
ancora, Sam, suonala ancora soltanto una volta, in questo
tragitto, perso fra le auto e la musica; poi stammi a sentire,
Sam: io non ascolto più, quella musica che ascoltavo con
te, sai?, sono cambiato: sei tu che sei rimasto fermo al passato,
e mi vieni a trovare, e a tentare, con quel buffo cappello che
non s’ usa più. Sam, ci sono un sacco di persone nuove,
che nemmeno esistono, Sam; sapessi quante cose strane, ci sono,
che nemmeno immaginavo. Sam, io ti avevo chiamato perché
dovevo scrivere un racconto. Ma io, oggi, non piango, e non sono
triste: ascolto un po’ di jazz, ma son passato da Jarrett, che
pure continuo ad ascoltare, ad autori un po’ più freddi.
Mi sono raffreddato, Sam, ma è questa la mia vita. In
macchina, ora, ho Gonzalo Rubalcabo, al piano. Poi c’è
Jimi Hendrix, e Charlie Haden; sì, ci sono ancora Neil
Young e Dylan, ci mancherebbe. Ma tu ad esempio manco sai chi è,
Joe Lovano, e manco ti piacerebbe, forse. Insomma, Sam, fuori dai
coglioni, per favore. Sì, lo so, scusa, hai ragione: è
che sono un po’ brusco, altrimenti resti qui e mi reciti il
rosario della malinconia...
Su, da bravo... Sai che ti
voglio bene, o mio passato, mie tre piccole lettere fatte di
poesia... Ma è ora d’ andare. Il tempo, non ti fossi
accorto, da lento e soave s’è accelerato,
progressivamente, fino all’acuto del piatto, che ha siglato il
silenzio col punto. Ora ti parlo piano, mio piccolo Sam, mentre
ti vedo perderti nella nebbia, e un po’ mi viene da piangere.
Ma è giusto così, tutto qui. Ora lasciami
sparecchiare queste quattro righe con cui ho sporcato il foglio:
saluterò i venticinque lettori di qualcun altro, ché
questa è la realtà, e nessuno legge, forse, ma a
questo serve l’ironia...
Chiedo queste poche
lettere, mentre chiudo l’ultima pagina di questa fantasia. Ci
metterò un punto e virgola, anche, o forse addirittura
due, se ne avrò voglia; perché questa è la
mia vita. Avrà una chiosa banale, come molti altri:
inutile cercare il finale ad effetto, la parola nuova; si
ripeterà, nel gioco delle note, una melodia già
sentita: accordiamola, dunque, come ci è più
gradita, facciamola pure a filastrocca, questa vita; così
magari da non prenderci troppo sul serio, che…
Ecco,
vedi ? E’ già finita.
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