contrAppunti

la scomparsa di m.

di spock

Sono nato a Milano e vi ho vissuto per trentacinque anni, senza mai sentire il bisogno di allontanarmi. Sono cresciuto in una via vicino a porta Romana, ho studiato filosofia alla statale, poi ho trovato impiego in una grande biblioteca comunale proprio alle spalle degli edifici universitari. Ho imparato ad aspettare le cose con pazienza. Perché è così, la vita: una somma di cose che succedono, indipendentemente da quanto noi ci affanniamo a cercarle o evitarle. Ho visto così scomparire gli amici, nelle loro vite lontane, così come ho visto dissolversi il paesaggio intorno a me. Non mutare, perché non è mai una trasformazione: la trasformazione non esiste. È sempre una perdita. Quella della metamorfosi è una falsa percezione. Le cose non mutano: scompaiono e il loro posto è preso da altro. Cosa sia quell’altro non mi è dato saperlo, donde provenga non è dato di scoprire. Ma quando il bruco diventa farfalla, quel bruco non c’è più e non ci sarà mai più. A Milano i cambiamenti sono continui, ma sarebbe errato pensare a una città che cresce. Milano è una città che scompare, che si dissolve. Il suo posto, preso da un’altra città. Questo è quello che penso, quando vedo scomparire un palazzo déco e sorgere al suo posto una palazzina di loft. Alcuni mesi orsono, tuttavia, accadde qualcosa di grave e per me irreversibile. Giunto a prendere la metropolitana, presso la solita fermata di Crocetta, non la trovai. La fermata non c’era. Non che fosse chiusa. No, non c’era proprio. Nessuna scala mobile, nessun cartello con la sua grossa M: niente. Solo un’edicola che non avevo mai visto. Mi avvicinai all’edicolante per chiedere spiegazioni, ma già dopo poche parole mi fu chiaro che non solo quell’uomo dall’aria seria e pacata non sapeva nulla della fermata della metropolitana di Crocetta, ma che ignorava la stessa esistenza di una linea metropolitana a Milano. Camminando verso il centro, non trovai traccia alcuna delle altre stazioni. Anche piazza Duomo ne era priva. Mi rivolsi allora a un vigile urbano il quale mi ha assicurò che no, a Milano la sotterranea non c’era mai stata. Arrivato alla biblioteca iniziai subito il mio lavoro, che consisteva nella catalogazione dei volumi. Seguendo una mia precisa tabella, quel giorno mi sarei dovuto occupare di alcuni sottogruppi della lettera F. Giunto alla sezione successiva alla E mi trovai tuttavia di fronte a uno spettacolo sconcertante. Al posto della grande F nera su fondo giallo, sul cartello all’inizio del corridoio era impresso un carattere diverso, in cui non riconoscevo alcuna lettera dell’alfabeto e che nemmeno ora saprei ben replicare. Una V con una gamba dritta, quasi una radice quadra al cui interno due linee parallele andavano a formare una specie di piramide rovesciata. Controllai i volumi di quella sezione. Ognuno di quegli autori, a me peraltro sconosciuti, aveva nelle iniziali quel misterioso grafema. Chiesi spiegazioni ai colleghi. Dapprima pensarono a uno scherzo, idea strana poiché a memoria d’uomo mai avevo scherzato con chicchessia. Poi però vidi dipingersi sui loro volti solo preoccupazione e quindi sospetto. Mi allontanai dal lavoro con una scusa. Tornando verso piazza Duomo, il mio stato di confusione crebbe ancora, quando mi accorsi che anche la grande sagoma bianca e marmorea era scomparsa, sostituita da un modernissimo palazzo, una spietata vela d’acciaio e cristallo. Naturalmente nessuno, nemmeno i piccioni, sembrava essersi accorto di nulla. Piangendo iniziai a camminare verso casa. Ma mi smarrii proprio in quelle vie che più mi erano familiari, finché non capii che anche la mia casa era scomparsa. Quella notte dormii in un androne deserto e poi così per altre notti, mentre ogni giorno scomparivano le cose intorno a me: parchi, chiese, intere strade. Pochi giorni fa, fui preso da degli uomini di cui non capivo la lingua e portato qui. Credo sia un ospedale. Mi ci sento tranquillo, anche se non capisco dove mi trovo. Dalla mia finestra si vedono degli alberi. Dietro di loro, in lontananza, la città da cui vengo. C’è sempre molta nebbia, ma a volte, al mattino molto presto, quella nebbia si dirada, spinta da un vento furibondo, e per un attimo ho l’impressione di scorgere ancora le guglie bianchissime e la luce dorata della Madonnina.

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