contrAppunti

celestino

di padrepaio

Nessuno l’aveva mai capito Celestino, almeno fino in fondo. Tutti lo prendevano semplicemente come il prototipo della stupidità, come quello che entra nei modi di dire dalla porta principale, come lo scemo del villaggio insomma. Sopratutto nessuno si era mai posto il problema del perché di quel suo strano commercio.
Perché Celestino il tonto, Celestino quello dei proverbi, Celestino vendeva saponette.
In realtà la sua era una vendita porta a porta, come si direbbe oggi con linguaggio forbito.
A quel tempo per tutti lui era solo un tipo strano che girava urlando per i cortili, non ancora incupiti dall’asfalto e dall’epidemia delle auto. Celestino non era stato sempre strambo. Fino a quando sua madre era in vita, lui aveva passato le sue giornate accanto a lei, abbandonandola solo per andare a lavorare nella piccola falegnameria dall’altra parte della strada, proprio di fronte alla minuscola casa, al confine del bosco che degradava pigro verso il fiume, appena fuori paese. Fabbricava piccoli casalinghi di pioppo, Celestino, piatti, qualche tinozza, taglieri, sgabelli. E poi li decorava, paziente come un miniaturista, con fiori, uccelli esotici, montagne, come quelle che si scorgevano a nord, nei giorni di vento e di azzurro. Mai persone però - non mi piacciono - diceva sempre.
Un giorno la vecchia madre se ne andò, come se ne vanno i vecchi, senza rumore e senza lamenti, semplicemente dimenticandosi di aprire gli occhi la mattina. E lui si ritrovò improvvisamente solo, nella piccola casa ai margini del bosco. Quel giorno non attraversò la strada, né il giorno seguente, e quello dopo neppure. Non aprì più la sua piccola bottega la mattina. Iniziò così la sua nuova vita, quella del commerciante.
Ogni mattina entrava nella piccola drogheria, affacciata sulla via principale, l’unica che vendesse sapone in paese. Comprava 4 saponette, tre alla lavanda ed una alla rosa, 50 lire l’una per un totale di 200 lire. Riponeva l’acquisto con cura nella piccola cassettina verde fissata sul retro della sua vecchia bicicletta gialla, dopodiché si avviava a piedi verso uno tra le decine di cortili del paese; qui iniziava a chiamare le persone urlando il suo “savòn, savonètt, cent franc al pachètt”, fino a quando qualcuno (stanco o impietosito che importa?) non apriva la porta per comprare una delle tre saponette alla lavanda.

Sì, perché di quella alla rosa non c’era mai traccia; anche se gli si chiedeva qualcosa in proposito, Celestino si limitava a un asciutto “vendùda”, mentre chiudeva a chiave la sua cassettina verde.

La sera, nella sua piccola bottega al limite del bosco, la luce rimaneva accesa a lungo, anche se nessuno poteva dire cosa ci facesse lì Celestino. E questo per 12 lunghi anni, estate e inverno, con la pioggia e col sole, tutte le sante mattine che Dio mandava in terra, tranne la Domenica. Quello era il giorno del Signore e anche Celestino era figlio suo, in fondo.

Era una mattina d’estate quella in cui la proprietaria della drogheria si accorse che quel giorno Celestino, per la prima volta dopo molti anni, non si era presentato a comprare le sue 4 saponette. Nel pomeriggio, allarmata da quel fatto così insolito, o forse solo preoccupata che le 4 casse di saponette appena arrivate dalla città “le restassero sul gobbo”, ne parlò con il farmacista, che ne parlò con il medico, che ne parlò con il parroco, che buon ultimo lo disse al maresciallo dei Carabinieri.

Quella notte il primo temporale estivo aveva creato un’enorme pozzanghera appena dietro la curva che portava alla piccola casa al limitare del bosco, laggiù verso il fiume. Forse per questo furono necessarie alcune ore ai curiosi che si accodarono all’Arma nelle ricerche, ma alla fine lo trovarono. Era nella sua vecchia falegnameria, nonostante non fosse ancora buio, adagiato su uno sgabello ornato di fiori, gli occhi chiusi e la barba lunga. Sorrideva. Di fronte a lui una signora elegante, coi capelli raccolti sulla nuca e le mani incrociate sul grembo; anche lei sorrideva, mentre un penetrante profumo di fiori avvolgeva la piccola folla di curiosi.

Aveva il colore della primavera. Era Rosa, come sua mamma. 

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