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Una giornata tipo
di tapenoon |
Ancora eccitato per qualcosa che ho visto alla televisione, ma che non ricordo, trovo il modo di chiamare mia madre. “Ciao, sono io cosa stai facendo? Pulisci il pavimento…? Ma se non viene mai nessuno a trovarti, cosa vuoi che importi se c’è polvere per terra! No, non sono incazzato… no, non ho bevuto mamma… mamma ascoltami… no, non mi sono nemmeno drogato, ora lo faccio però… mamma… mamma stavo scherzando, non tengo roba in casa… mamma… uffa mamma non la tengo neanche in macchina, non ne ho proprio, era una battuta… sì ho cenato, certo ho anche fatto il bucato… cosa? La bolletta? Che bolletta?! Quella della luce? Non mi ricordo di nessuna bolletta scaduta… io credo che…”.
Zac!
Brancolo nel buio più assoluto. Le lampadine hanno cessato di esistere tutte nel medesimo istante (ovviamente) e senza preavviso, almeno credo. Sono giorni che non apro la posta e tengo il telefono staccato. Ho deciso solo oggi di riattaccarlo, perché mi mancava la mamma. Volevo sentire alcuni dei suoi rimproveri, così, solo per riacquistare energie.
Ho guardato la televisione per trentasei ore filate, avevo bisogno di una pausa. Le palpebre mi pesano per la lunga veglia, i piedi sudano fastidiosamente e credo che una doccia non sarebbe male, ma mi manca la forza.
Certe volte penso che in questa casa sono di troppo. Una specie di soprammobile non gradito, un regalo non richiesto che devi mettere in mostra per non offendere, ma che speri cada e si sbricioli in miliardi di pezzi non più ricomponibili. Eppure l’ho voluto io ed in un certo qual modo, seppur annoiandomi, lo voglio ancora.
Cos’ho visto alla televisione di così particolare da stimolare una produzione ormonale fuori dalla norma per questa stagione? Non ricordo proprio. Forse c’era una mandria di vallette discinte, scodinzolanti ed ammiccanti. Forse qualche reportage sulla prostituzione o sul turismo sessuale… non so, non so proprio. Dovrei… devo cominciare a preoccuparmi?
Le pupille esplodono per vedere qualche pezzo di mobile vicino alle finestre. Spalanco le imposte per catturare luce, fuori la strada sembra più accogliente di casa mia. Improvviso un balletto con una sedia che non ricordavo esserci mai stata e ruzzolo giù dalle scale. Sono pochi gradini, ma sembrano una scarpata quando non ci sono punti di riferimento visibili. Provo a ricompormi dalla caduta e zoppico tenendomi la schiena fino allo specchio. Sono un’ombra che tenta di muoversi per individuare segni particolari sul corpo, niente di più brutto. Come in un film di Dario Argento ho quasi paura a guardare.
Torno all’infamia della televisione senza vita catodica e con questi mezzi inutilizzabili vorrei morire, perché ho nel corpo ancora una vaga eco dell’eccitazione per qualche cosa che ho visto ma che assolutamente non ricordo.
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L’inguine duole, anzi prude, ma non posso arrendermi agli istinti onanisti senza prima combattere. Cerco un borbottìo di speranza tra i libri e alla luce di una candela benedetta a Pasqua provo a sfogliarne qualcuno. Sembra facciano apposta anche loro a ricordarmi l’infamia della mia situazione con frasi del tipo “raggiungo l’orgasmo, lo supero e taglio per primo il traguardo dell’estasi”.
Squilla il telefono, un segnale di vita finalmente. Sono quelli della società elettrica che m’annunciano d’aver interrotto l’erogazione di energia, li ringrazio, non me n’ero accorto. M’annunciano che se non dovessi saldare l’arretrato entro giorni quindici riceverò la visita di un incaricato accompagnato da un avvocato di fiducia. Va bene, una visita di cortesia mi ci vorrebbe proprio, ma devo uscire a comperare qualche cosa da offrire, devo essermi scolato tutto in questi giorni. L’operatore non capisce la risposta e decide che non vale la pena continuare, la missiva l’ha inoltrata, ai posteri la sentenza. Riattacca lasciandomi l’amaro in bocca.
Credo che sia arrivata l’ora di tagliare i ponti con queste cose, con la casa tutta. Sarebbe meglio sforzarsi e reagire, ma non ne ho proprio voglia. Preferisco il pizzico di dolore iniziale e poi la sacrosanta liberazione da tutto alla costante bonaccia della mia giornata tipo. Vado in cucina, apro il gas al massimo, chiudo la porta e mi barrico dentro. Poi sigillo la finestra e la porta con il nastro isolante. Volerò in aria come una navicella, come Gagarin, come la cagnetta Laika…
Mentre me ne sto lì a fare i conti bussano alla porta. Non sarebbe proprio il momento, non voglio vittime sulla coscienza, ma non ho nemmeno intenzione di togliere tutto quel nastro isolante adesso, peggio per il mio ospite. Quando credo d’aver aspettato abbastanza mi siedo vicino alla porta, mi pulisco il velo di sudore alle tempie e finalmente faccio quello che avrei dovuto fare da tempo: accendo l’interruttore della cucina. Click. Click… click… click… niente. Buio… Cristo, la corrente… Alla porta bussano ancora, insistentemente e senza darmi pace. Sospiro, mi alzo e tolgo il nastro isolante. Il gas continua ad andare, esce dalla porta, dalla finestra, mentre il contatore gira facendo salire la prossima bolletta che non andrò ad onorare.
Vado alla porta. E’ mia madre con uno sformato di patate. “Ho pensato che ne avresti avuto voglia domani a pranzo.” Hai pensato bene mamma, almeno per domani ho uno scopo decente.
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