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screen
on my mind
di lareginapigra |
Arrivi,
ti siedi e aspetti. Il fastidioso cicaleccio degli altri non lo
avverti nemmeno più. Non percepisci l’odore repellente
del grano scoppiato che qualche volta è salvezza per lo
stomaco fatto buco di fame e qualche volta è rabbia per un
sedile lercio che malediresti comunque perché troppo alto,
nuovo o duro e respingente se corredo di un cinema in disarmo, di
quelli che ti fanno venire la voglia di metterti sugli scalini.
Ti
isoli dalle risate inutili, dalle chiacchiere fatali. Da ogni
cosa. Anche dal tuo vicino. Che sia la persona che ami, che sia
quella che incrocerai una volta e mai più. Lo fai per
diventare cassa di risonanza e così ci provi: ti svuoti.
D’ogni pregiudizio, libro letto, aspettativa, pellicola o
sequenza che porti chiusa nel cuore. Insopportabile, inevitabile
traditore che chiede sempre il massimo e se ne torna a casa
malandato e da ricucire.
Forse
è da lì che nasce tutto: dalla presunzione che
risiede nell’appassionarsi a qualcosa, unica fonte cui
abbeverarsi per non diventare arido terreno di pensieri sì
scaltri, pronti e dettati dalla competenza ma vuoti e
incondivisibili dalle ragioni dell’emozione.
E il
distacco? Necessario come il sangue. Stai dalla parte opposta
allo schermo ma disponi il confronto con quello che scorrerà
davanti ai tuoi occhi, perdendoti nelle sollecitazioni elettriche
del cervello.
Succede
che benedici l’uscita di sicurezza: non è rimanendo sino
alla fine che ciò che stai vedendo potrà farti
cambiare l’idea nata da qualcosa che hai percepito, e non ti
piace.
Succede
che la poltrona diventa morbido sofà, impossibile da
abbandonare quando sono finiti i titoli di coda e tu sei lì,
che vorresti avere il coraggio di chiedere: ancora. Ma ancora
cosa? E’ finita.
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Bisogna
capirlo e poi andare avanti e camminare, camminare e ricordare al
momento buono che ci sono film che lasciano il segno e non lo
saprai finché non succederà qualcosa che richiamerà
alla mente quell’immagine, quella parola, quel suono, e che ci
sono film da tenere stretti, che non vuoi dividere con nessuno
perché li credi scioccamente i tuoi, al punto da far finta
di non conoscerli quando ne parlano. Ti sei raccontata che è
meglio il silenzio e li vuoi ricordare ingenuamente come li hai
veduti quella prima volta.
Ci
sono film che non saresti mai capace di descrivere perché
è una gran fatica e quando ci provi qualcosa ne esce sì,
malandato come un figlio degenere ma è sempre un figlio e
come fai a ucciderlo? Altri ancora che ti hanno spezzato ogni
illusione frantumandola contro la realtà ché
rendersi conto di ciò che siamo è l’unica vita
che vale la pena di vivere. Ci sono immagini, dialoghi, dettagli
che ti si piantano dentro al cervello, grimaldelli pronti a
scatenare la follia che inamidi e stiri sulla tavola del
quotidiano. Esistono film che regaleresti come fiori a chi ne
chiede e film che faresti trasformare in brezza letale da
ventilare, che non c’è età né status
accademico per esprimere il nulla dei mancati curiosi, dei senza
intuizione, quella giusta ma soprattutto quella sbagliata.
Esci
dalla sala e cominci a seguire il flusso delle parole per
ricordare o dimenticare quel che hai appena visto. Non importa se
le stai raccogliendo per te, per lei, per lui, per loro. Non ha
importanza. Chi ama il cinema indulge nelle slabbrature di
malriposte, sciocche, umane, necessarie dichiarazioni e ammazza
ogni ruffianeria.
Chi ama il
cinema sa che deve rischiare. E cerca, cerca. Sempre.
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