contrAppunti

Apocrifo

di dielleemme

Attendo. Giorni come gocce che faticano a compiersi e cadere. Seni di tempo gonfi di attese via via più diafane, oracoli sporchi di speranze, calma senza fuga.

In questa deriva di mondo solo il passato può partorire un futuro, ché il presente ha il grembo secco, come il mio.
Temo ciò che mi auguro. Un cane fedele, un figlio aspro e il mio cuore guardingo: questo troverà, ai miei approdi.

Fu mentre tessevo che venne a me. Mento senza forza e fronte senza apertura, ma i suoi occhi erano di febbre quieta. Gli chiesi cosa volesse, ai miei piedi depose un frutto. E così ogni giorno. Fiera intimidita, temeva altri occhi oltre ai miei. Mai una parola, lasciava ai miei piedi il dono chissà dove rubato, e andava via.

Da principio non me ne curai: la speranza del ritorno del mio sposo era allora un fuoco assai grasso.
Col tempo, senza saperlo, due attese cominciarono a vivere in me: una lunga e senza risposta, celata da un mare che non annuiva, l'altra breve e colma di segni, nasceva nascosta e moriva appagata nel giro di un giorno, tutti i giorni. Una pasceva un frutto troppo grande da partorire, l'altra deponeva ai miei piedi ogni giorno un segnale dolce e succoso.

Presi a cercare, tra occhi di uomini che disprezzavo, quelli dell'unico che - pensavo - potesse onorarmi. Il desiderio che immaginavo in lui fu contagio inesorabile per la mia mente, in cui bruciava il posto vacante di un uomo. Lo elessi senza mai dirlo, senza mai poggiargli una mano sulla spalla, senza chiedergli di mandar via gli altri, ché l'adulterio non volevo ammetterlo, prima ancora che commetterlo.
E nel frattempo mi impegnavo a dissimulare: pensando a mio marito tessevo, ma sottraevo al mio lavoro il filo cui si avvolgevano pensieri di adulterio.

Distruggevo la tela fatta pensando a un uomo che non era Ulisse. E così sarebbe stato fino a terminare tutto il filo che rimaneva, fino a srotolare la speranza che ancora, sottile sottile, mi restava avvolta intorno al cuore. La mia tela, così, sarebbe stata pura o niente, e il tempo avrebbe deciso se trasformare in buon senso ciò che allora appariva peccato.
Questa è la verità, non ciò che sapete. Tessevo in attesa di un uomo, o in attesa di capire chi accogliere.
Ma c'era un terzo sangue in cui covava ben altra inquietudine. Telemaco, fiore del mio latte, che ai miei seni guardavi con la rabbia di chi non può più suggerli, e ai miei piedi vedevi frutti che nascevano da piante non nostre, che di tuo padre avevi il coraggio, ma non l'arte di dissimularlo, scopristi in fretta i miei rossori, i miei sussulti, e la loro causa. Ti scagliasti con il ferro sul germoglio del mio cuore, e così mi sottraesti ad ogni vergogna – la mia, la tua. Solo il dolore mi impedì di manifestarti la mia gratitudine, il mio sollievo.
Possa il cielo permettermi di dimenticare gli occhi di mio figlio, e la loro duplice accusa. Possa il cielo ripulire la sua spada dal mio peccato.
Attendo. Giorni come gocce che faticano a compiersi e cadere.

Torni l’uomo a strappare le armi dai pugni serrati del figlio, a chiudere gli occhi al cane che spera, a strappare ogni indizio di tela, e si compia infine la storia che voi conoscete, quella che preferite.

Ogni racconto, in fondo, è l’invenzione di un cieco. 

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