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Storie
di colfavoredellenebbie |
Lo
ripeteva sempre: non amava le storie complicate. Quelle hanno
bisogno di sfondi e congiunzioni, di partenze e ritorni, di colpi
di scena, pure retroattivi. Plot al sapore di saga. Per
questo soppesava i libri dall’esterno, con sguardi misuratori:
smilzi, solo libri smilzi. Magari blu. Di dorso.
(I libri blu e stretti spariscono appiattiti contro il bordo della
libreria: si stringono senza invadenza. Non possono contenere
storie che s’ingarbugliano di meandri ).
Nelle storie complicate accadono troppe cose, fra copertine color
bordeaux. Chi legge ha d’avere cuore in eccesso e occhio,
anche. Tanti personaggi a fare fitto nella trama.
E
slarghi: le storie complicate hanno sempre una curva del destino,
uno spiazzo per parcheggiare una scena grande. E allora,
allora poi tocca cercarli nella folla, i personaggi. Collocarli
è niente, è il seguirli…, ché poi si
perdono di vista, fino ad averne roso il cuore. E il curarli…
Curarli è difficile. Nelle storie complicate ci vuole
del bel tempo. Per far cadere le cose. Le cose van preparate:
c’è bisogno di quello che accade prima e di quello che
accade dopo, c’è bisogno del “durante”.
Occorre
tagliare e ricucire, far collimare i bordi e togliere togliere
togliere.
Il
personaggio va a letto la sera ed è già mattina.
Settimane costipate in tre righe, punto e a capo.
Storie
collezioni di sabbia. Erosioni di pietra pomice.
(dove vanno a finire i brandelli di storia non narrata? Le notti
dormite dei personaggi, le pause nella vasca e i viaggi, volante
fra le mani e canzoni a pezzi nella gola?Dove vanno a finire le
ore con la testa fra le mani? E le attese e i dialoghi taciuti e
le maledizioni dentro gli occhi? La giacchina ben lisciata sul
petto dalla contessa, prima di uscire, ore cinque… ).
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Pensava,
il ragazzo nervoso pensava, di fronte alle copertine bordeaux,
spesse di vite. Pensava agli scampoli di storia gettati al
vento, per far posto a tutto, a tutti. Scampoli lasciati lì,
a girare nell’aria in cerca di un contatto, filamenti di
storie, sbattute come preghiere tibetane. Brusii vaganti
filanti silenti. Fi-lamentosa voce delle storie a brandelli.
E personaggi dimezzati e contratti, con parole mozze e
pensieri a seccare. Nelle storie complicate, a furia di
tagliare, si va a cataloghi di esistenze, si corre,
diocomesicorre. Nelle parole, pesanti del
taciuto. Lui, il ragazzo nervoso, l’aveva bene in testa la
storia giusta. Giusta. Una storia da libro blu. Una
storia in cui non accade nulla. Solo un gesto, un unico gesto
che si compie nell’immediatezza e pianta la sua differenza,
foglio sottile che separa la risma.
Una storia in cui niente si trasforma se non nell’impercettibile,
nell’indicibile, nell’intrattenibile: nella lentezza del mimo che allarga
la bocca nel sorriso d’un pianto prossimo.
Cogliere il momento in cui avviene il passaggio d’una consegna o
l’affidarsi segretamente ad un altro destino.
Sorprendere la vita nel cambio di turno.
La pelle che tradisce la ruga.
La mela verde che diventa rossa.
Il petalo che s’aggrazia nel dolce d’una curva, staccandosi dal boccio
rigido.
L’attimo del grido che si spegne e diventa silenzio.
La storia di un solo, unico volto che si gira piano piano piano ( lieve
torsione del collo, capelli indecisi un poco sopra le spalle, ondeggiamento
compatto e fluido nel gesto ) e dà il suo profilo alla luce.
E il profilo, di colpo, sicuro, dentro la vita, per sempre.
Come una fenditura.
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