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gli invasori
di maje |
- Questa cucina non si può dire che sia proprio pulita. – disse lei, lasciando scorrere l’acqua dal rubinetto.
- E’ soltanto che sono passati giorni da quando l’ultimo inquilino è andato via, dai. Siamo arrivati ora e stai già brontolando… ? – volle scherzare lui, ma non sorrideva.
- Dove sono le valigie?
- In macchina. Vieni, c’è un'aria stupenda, fuori... odore di salsedine... aahhh...
La sabbia lambiva i contrafforti della casa, costruita a suo tempo lontana dal mare, ma che ora sembrava essere stata messa in mezzo alla spiaggia ad affrontare l’azzurro come un bastione, come se dietro ci fosse un tutto da difendere: questo piacque a Federico, gli sembrò di buon augurio. Avevano lasciato Giulio ed i due telefoni cellulari ai nonni. Ne avevano soltanto uno vecchio, che avrebbe ricevuto una chiamata dalla madre di Dina, alle 20, ogni giorno. La sentì aprire i cassetti, mettere dentro risotti liofilizzati e scatole di tonno, i set all’americana, i bicchieri di carta. Poi il suo passo pesante nelle scale, un lieve tonfo sul letto, nulla.
Un pointillé di luce si scioglieva nel mare. Federico prese una pizzetta da un vassoio incellofanato. Sapeva di sughero. L’acqua cantava il canto sereno della marea. Sentiva Dina respirare.
Salì fino alla stanza. Gli occhi nascosti dal braccio, il rossetto lievemente sbavato agli angoli, come allora: Dina sul letto. Le sue belle labbra sbucavano dall’incavo del gomito. Chiuse gli occhi e richiamò a sé immagini dal passato.
- Credi che servirà a qualcosa, stare qui? – disse lei.
- Almeno non litigheremmo a tutte le ore. Servirà a staccare.
- Mmmh. Vai da Marco, in paese, stasera? Ci hanno invitati… Ma a me non va molto.
- Da solo non mi va di andarci.
- Strano. Quando ci andiamo insieme sembra che tu sia da solo. Nemmeno mi parli – per un secondo sembrò voler continuare, poi tacque.
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Il sole, filtrato dalle tende smosse da un vento che via via si accentuava, annebbiava i profili dei mobili pesanti, e rendeva il tutto come avvolto in un bianco grigiastro, come di biancheria lasciata troppo tempo nella candeggina. Federico ricordò le parole di lei al telefono, quando era rientrato, l’altra settimana, un po’ troppo presto rispetto al solito. Con chi parlasse, non lo sapeva. Sentì scattare dentro qualcosa. Non era stato un momento come tutti i soliti, come la vita rodata e noiosa che dividevano ognuno per conto proprio. Era diverso.
- “Tu hai dato ad altri… io non ho dato proprio... mi sono occupata solo di me stessa, ho dato a me stessa... piano piano ci siamo allontanati… Nell’amore si deve dare molto… sennò, tutto finisce…”
Aveva deciso subito, niente scene. Una scusa qualsiasi, da lei accettata con una specie di somma stanchezza: un fine settimana lungo da passare da soli, senza interferenze.
Mangiarono con calma, ascoltando vari radiogiornali e programmi di approfondimento. Sulla spiaggia, pochi bambini e adulti che passeggiavano a bordo mare. Fattosi scudo degli stacchi pubblicitari, Federico accennò alla telefonata. Lei rispose che stava parlando con il suo avvocato. E’ finita, disse. Con lui, chiarì.
Non so che dirle - pensò Federico -, non ho saputo finire mai niente, dare agli eventi una loro soluzione. Prese a camminare a riva, mentre Dina rigovernava. Le palme tubavano, fuori, con l’acqua che giocava a far la voce grossa nelle gallerie scavate dai bambini. Le nuvole di un temporale si avvicinavano nere, lasciando sempre meno spazio ai raggi di un sole resistente e testardo. Uno scroscio di pioggia, furibondo, lo colpì mentre piangeva, il viso rivolto verso il cielo: infelice e felice, risanato e dolente, morto, e appena nato.
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