contrAppunti

verso est

di stillpoint

Il suo collega mise la mano di taglio sugli occhi per ripararsi dagli ultimi raggi del sole ormai basso.
"Hai mangiato?" chiese.
"Qualcosa. Mia moglie mi ha preparato arancini e asparagi, mi prendo un caffè a Isernia e domattina a Termoli cornetto e caffellatte."
"Buon viaggio allora, ci vediamo dopodomani.."
"Anche a te. Ci vediamo."
Assaporò la sensazione di abbandonare il suolo caldo del Bus Terminal, infuocato da una intera giornata di sole, e salì sul suo mezzo.
Prima di togliere i ray-ban gettò uno sguardo dallo specchietto verso i passeggeri. Gli piaceva sapere che tipo di persone viaggiava insieme a lui, attraversando l'Italia verso oriente. Voleva avere una rapida visione d'insieme, una sorta di istantanea da riportare alla mente una volta disteso nel suo letto, il mattino successivo.
La nonna e il nipotino già addormentato e spalmato su di lei, tre studenti con le occhiaie e i capelli sporchi, un operaio o un contadino, forse, dalle mani grandi e la camicia a scacchi a contenimento, stentato, di un collo esageratamente taurino.
Difficile dire dove avesse imparato l'arte d'immaginare storie partendo dai piccoli particolari rubati in un'occhiata veloce. Tutti i conducenti possiedono la capacità di "leggere" in una frazione di secondo la situazione e reagire in tempo, per evitare un ostacolo, per non frenare bruscamente o solo per mantenere un'andatura fluida e costante. Lui, da quella lettura, ne cavava personaggi e trame.
La bella signora in quarta fila mordeva serena e sensuale un mottarello, con lo sguardo fisso attraverso il finestrino; case illuminate e tralicci sarebbero stati presto in movimento.

L'autista percepì netta l'invidia delle due suore sedute alla fila accanto, vogliose di gelato o di chissacosa.
Finalmente disteso nel suo letto, avrebbe cercato un momento di rilassamento totale, come quando si è ancora svegli ma il corpo è già addormentato. Fase ipnagogica, la chiamano; per lui, semplicemente, il momento in cui l'immagine si sarebbe articolata in un racconto, magari nella storia della giovane donna in fondo all'autobus, piccoli segni agli angoli della bocca, vestiti sgualciti, come una bella pianta dalle foglie assetate, intristite perché la pioggia ancora non scende ancora.
Affatto turbato di poter schiudere le labbra al bacio bugiardo delle apparenze, l'immagine si sarebbe mischiata con tutta la strada verso l'alba, avrebbe lasciato che nella sua mente si confondessero asfalto, volti, righe di mezzerìa, piccoli gesti, guardrail, il rallentare al casello dell'autostrada e i colori smorti dei vestiti dei viaggiatori, alla guida del suo pullman nella notte.
"So' lavorato 'na vita" sembrava avere scritto sulla fronte il vecchio seduto in mezzo, nella fila di sinistra. Essere lavorato da una vita, il volto allungato da rughe verticali, le cicatrici di una fatica inevitabile, il destino che alcuni si portano addosso, indossandolo con dignità.
La donna che lo osservava in silenzio, accanto a lui, guardò il cielo ormai rosso, poi l'orologio. Allora rilassò la fronte, perchè di sera, quando si riarmonizza la nostra ombra con i pensieri del giorno, questi, rapidi, ci si vanno a nascondere, pensò l'autista. Girò lo sguardo davanti a lui, tolse gli occhiali e accese il motore. Il tempo di scaldare meccanismi consueti, poi la partenza, verso est, verso il suo racconto. Finalmente. 

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