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independence day
di kreshatik |
Non c’era modo di addormentarsi. Nel vagone letto l’afa non dava tregua. Lungo il corridoio, galleggiando come sospesi, grappoli di piedi e mani, calzini sporchi e teste arruffate. Non vedevo l’ora che il treno facesse una sosta; avrei preso aria, avrei fumato una sigaretta. Quando sentii il convoglio rallentare il cuore mi si allargò. Finalmente libero. Così, mentre tutti dormivano senza accorgersi della sosta, non esitai a scendere, scostando le volute purpuree di un sipario sui campi, forse nei pressi di Cherkasy, poco distante dal Dnepr.
Cercando di stabilire - un'impresa insensata a quell'ora - la fine della steppa su cui la notte aveva steso il suo arazzo, pensavo ad Anja, una ragazza conosciuta solo il giorno prima e ora in viaggio con me, verso Kiev, dove tutti accorrevano per la proclamazione dell'indipendenza. La notte dopo, ubriachi, in una camera d'albergo modesta e spoglia, come era giusto che fosse per chi era di passaggio come noi, avremmo fatto l'amore assaporando ogni palpito della nuova libertà. Ora Anja dormiva. I suoi sogni scorrevano come nuvole sulla superficie della sua vita nuova, accarezzandone fremiti e riverberi. Che ne sapeva lei della libertà (una camera d'albergo spoglia e modesta? un amore nomade e ubriaco? una sigaretta di notte nella steppa)?
Improvviso salì alto il brusio di voci lontane, e i profili di un esercito che avanzava verso i binari dal boschetto - una macchia nera tra me e l'infinito - ruppero la mia pace (spensi la sigaretta?). Lešij e rusalki assaltavano il treno. Dalla schiera distinsi gradualmente le figure: bambini, coppie di giovani e di vecchi contadini, ciascuno piegato sotto il peso che portava, si fecero attorno a me e ai pochi viaggiatori scesi dal treno; sollevati i panni dai cesti ci mostravano ogni sorta di vettovaglie, frutta fresca, pomodori ripieni, bulki, pirožki, pil'meny caldi, torte salate fumanti, carpe essicate, bottiglie di birra gelata e acqua.
Gli spiriti del bosco, pensai tra me e me, sopravvivono come un tempo assaltando i treni di notte, mentre quasi tutti dormono, dando vita a un mercato improvvisato. Poco dopo quel mercato si sarebbe fatto inghiottire dal nulla, come se non avesse mai avuto luogo (ma l'aveva avuto poi un luogo? sì, forse, presso la radura di un boschetto di noccioli nei pressi di Cherkasy, quasi sul Dnepr), restituendo al silenzio il comando delle tenebre. Chi viaggia spesso in treno, sa di queste soste; punta la sveglia ai suoi sogni di libertà (di morte?), scende, fa i suoi affari, ottimi perché in città merce così buona e fresca non te la puoi neanche sognare. Chi conclude i migliori affari sono gli adetti del treno. Ricevono sconti sulla miseria in cambio della disponibilità a fermare il treno proprio vicino al boschetto, non lontano dal villaggio, e la miseria sa essere riconoscente. Una volta in città i ferrovieri rivenderanno tutto a dieci volte il prezzo pagato a un mercato che non c'è mai stato.
Volti arsi dal sole infiammano la notte, nei capelli trucioli, fuscelli e forcine di paglia, voci sommesse ma decise stabiliscono velocemente prezzi e quantità, contrattazioni rapide, risatine, qualche finto rimprovero all'avidità di chi compra, mai un cenno d’implorazione, e a ogni scambio concluso i contadini sorridono mostrando il verderame di denti robusti.
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Ci volle poco perché i cesti, così colmi, restassero vuoti. Se ne stavano andando. Al brusio sempre più lontano subentrò di nuovo il balbettio delle stelle. Un solo bambino, magro ed esile come uno stecco, con un cesto ancora carico di fiori, margherite, girasoli e gerbere, esitava ad andarsene. Dopo avergli rovesciato alcuni copechi nella mano, presi una margherita e lui mi guardò sorridendo come per deridere il mio gesto: per una margherita sola (per una notte sola d'amore? per la libertà?) non c’era bisogno di tutte quelle monetine, mi fece capire. Ricambiai lo sguardo d’intesa, con un leggero buffetto sull’esile braccio; desideravo sentire la consistenza dell'angelo di terra che avevo di fronte.
Dovetti ricredermi così riguardo a quello che degli angeli avevo sempre creduto, cioè che fossero corpi di sostanza eterea, impossibile da percepire al tatto; la mia mano, infatti, sfiorando appena il muscolo del braccio ne rivelò una nervatura di pietra. Non avevo mai sentito nulla di simile. Per quel braccio sarebbe stato uno scherzo scaraventarmi fino in testa al treno, schiantandomi sul dorso della realtà.
Tornato al mio scompartimento ancora sconvolto dal contatto, posi la margherita accanto alla cascata di miele dei capelli di Anja, che con le labbra appena dischiuse sbucciava i sogni come frutti proibiti, dolci, inconsueti e vagamente aspri. Volevo fosse il profumo del fiore ad annunciarle il risveglio (della libertà? del mondo?). Volevo che il suo sogno continuasse, volevo che, stesi uno al fianco dell'altra in una camera d'albergo spoglia e modesta, dopo l'amore, lei mi chiedesse se gli angeli di terra, a differenza di quelli d'aria, hanno tutti i miei stessi occhi scuri.
Io pensai subito al ragazzo dei fiori, l'unico angelo di terra che avessi mai conosciuto, alla pelle sgualcita dal sole, alla nervatura di pietra, al crepitio di rami nei suoi occhi che avevano incendiato la notte, pensai alla realtà della mia vita che annaspava in cerca di un sogno, pensai a quanto poco reale ero io al cospetto di un intero paese che stava sognando, pensai che una vita senza un sogno…, e no, Anja, non possono avere i miei stessi occhi.
Le stelle si spengono. Nel cielo di Kiev, attraverso la finestra di una camera d'albergo spoglia e modesta, una striscia d'alba imbelletta le nuvole nere di fumo lasciate dalla luminaria durante l'interminabile notte in cui una donna ha amato un uomo senza sogni, in cui un uomo senza sogni ha amato il sogno di una donna, la sua realtà. Anja.
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