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waterproof
di rael is real |
“Vuole ordinare, signora?”.
Si distrasse e prese il menù unto dalla copertina di finta pelle rossa, sentendo la voce della cameriera disturbarla.
Il sangue riprese a circolare nelle guance su cui aveva poggiato i palmi delle mani per oltre un’ora, i gomiti che aveva puntellato sul tavolino del bar cigolarono.
Era un bel bar: vecchio, molto vecchio, arredamento originale dal giorno dell’apertura avvenuta almeno quarant’anni prima.
Isabella era grassa.
“Un panino tonno, formaggio e maionese”.
Il viso era un cubo attaccato al collo che si spalmava nelle spalle che affondavano nei seni che mangiavano la pancia che scivolava sulle cosce che terminavano in due polpacci a forma di parallelepipedo.
“Da bere?”
Non era sempre stata così, Isabella: da ragazza faceva nuoto sincronizzato.
Una quarta di reggiseno per una seconda di slip. Il tutto indossato su un metro e settantacinque di altezza con un viso da Madonna come optional.
“Acqua tonica”.
Poi smise, a quindici anni: la scuola andava male, i soldi in casa non bastavano, la famiglia dovette fare delle scelte. La squadra di nuoto, con l’iscrizione e le trasferte, era una spesa eliminabile.
“Grazie, signora”.
S’era goduta ancora un paio d’anni di gloria, la bava alla bocca dei ragazzi, l’odio feroce delle femmine, gli sguardi degli uomini.
Ma l’appetito era rimasto quello del periodo degli allenamenti e aveva continuato a mangiare come un’oca all’ingrasso. Il fegato non sarebbe stato servito con un Sauterne, il culo aveva richiesto mutande sempre più larghe.
I maschi avevano smesso di sognare eiaculazioni sul suo corpo, le donne avevano iniziato a guardarla con un gusto di vendetta che si compie.
Isabella riappoggiò le guance flaccide sulle mani e continuò a fissare bovina i passanti oltre la vetrina.
“La sua acqua, signora”.
Aveva accettato in silenzio di non andare più a nuoto, era stata zitta per il fallimento scolastico: s’era cercata un posto di lavoro e un marito per sistemarsi. In famiglia ci si sposava giovani, si diventava madri presto, nonne in fretta.
“Grazie”.
La spesa al mercato rionale, un’utilitaria, una gondola in plastica sul televisore per ricordarsi la domenica a Venezia. Isabella non sapeva usare un computer, non leggeva niente oltre le riviste di pettegolezzi, sceglieva vestiti improponibili e comprava scarpe orrende. In casa portava scamiciati a fiori e indossava spesso gambaletti invece che collant.
“Il suo panino”.
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Aveva trovato il pollo da spennare, verso i diciott’anni: fidanzamento in casa, anello, preparativi, nozze, vestito che pareva una meringa gigante, madre e nonne in lacrime, lo sposo in doppiopetto bordeaux. Il pranzo dopo cinque ore di attesa per gli invitati, causa un set fotografico nel parco del paese: lui e lei abbracciati al tronco di un pino a offrirsi le labbra. La conifera aveva macchiato la giacca dello sposo di resina ma lui avrebbe ovviato poi a tavola facendosi cadere addosso un tortellino panna e prosciutto.
“Grazie”.
Sei mesi dopo, dalla parrucchiera, aveva sentito Marisa e Lucia parlottare di suo marito che si portava a letto Anna, la segretaria del notaio Sancassani.
Aveva cominciato a mangiare ancora di più, in silenzio.
Quattro mesi ancora e Francesco, suo marito, le aveva fatto trovare la casa spoglia e un biglietto da visita dell’avvocato. Lei s’era preparata una piadina e aveva fatto colare inavvertitamente il formaggio sul cartoncino avorio.
Per la sentenza di separazione dovette comprarsi un abito nuovo perché quello buono non le entrava più.
“Cameriera, un caffè”.
La stessa cosa era accaduta quella mattina per l’istanza di divorzio. Il suo ex marito neanche l’aveva guardata in faccia, mentre fuggiva dall’aula libero e felice.
Prima di scappare, però, le aveva detto: bel vestito.
“Il suo caffè”.
“Quanto le devo?”.
“Sette euro e cinquanta”.
“Tenga”.
“Grazie”.
Isabella s’alzò, prese la borsa da terra ed attraversò la strada; entrò nel negozio d’articoli sportivi che era di fronte al bar e chiese di vedere i costumi interi.
Ne comprò uno nero, modello olimpionico.
Evitò di provarlo, disse alla commessa che la xxl sarebbe andata benissimo e acquistò anche un asciugamano, un paio di occhialetti e un turanaso.
S’avviò alla piscina comunale dove sette anni prima s’inabissava come un delfino sensuale.
Aveva ancora la tessera nel portafogli, ma nessuno le chiese di vederla.
Entrò negli spogliatoi e indossò il costume; prese dalla borsa la pochette dei cosmetici waterproof e si truccò con cura. Raccolse i capelli in uno chignon ben stretto, si mise il turanaso e si diresse alla vasca con in mano gli occhiali, l’asciugamano e la rivoltella comprata da un extracomunitario il giorno prima.
Fece l’entrée, si posizionò per il tuffo, si sparò nel mento e cadde con grazia in acqua.
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