la monografia - n. 4   Sensi

catene

di viridian

Luca aspetta. Il sole negli occhi gli fa socchiudere le ciglia. Si dondola sull’altalena, struscia le Puma sulla terra arida. La catena cigola a ogni su e giù, odora di metallo e ruggine, è calda sotto i palmi. Si guarda le mani: è rimasta una striscia arancione sulla pelle. Le unisce a coppa e le annusa: hanno un odore acido.
Luca aspetta. Da solo nel parco giochi, osserva il pulviscolo che si alza in controluce. Il sole, filtrato dai rami, cade a macchie sulla poca erba. Studia da vicino gli anelli della catena. Ci appoggia le labbra sopra, ne lecca uno: sa proprio di ferro. Si guarda intorno rapido. Nessuno lo ha visto.
– Che schifo! – Uno spintone alle spalle, una risata. – Ma che fai, sei scemo?
– Assaggiala anche tu. Magari ti fa bene, che sei anemica.
- Ma che roba, hai presente quanti germi? – Marta si lascia cadere sull’altalena di fianco.
- Tutti anticorpi – le risponde, ma lei lo guarda e fa una smorfia.
– Dammi una cartina, va.
Luca fruga nella tasca dietro, tira fuori un pacchetto di Rizla, glielo passa. Lei prende il tabacco dalla borsa, lo mette sulla velina e rolla una sigaretta sottile, mentre i capelli scendono a coprirle il profilo.
– Ne fai una anche a me?
– No. Tu succhia la catena. – Scosta i capelli sull’altra spalla e gli sorride. – Hai visto che luce?
– Già.
C’è un silenzio tranquillo. Luca ascolta: sente solo le cicale, e i polpastrelli di Marta che girano veloci. La osserva mentre bagna la cartina con la lingua e chiude il rotolino affusolato.
– Il signore è servito. – Si sorridono di nuovo. Marta si passa i palmi delle mani sui jeans, Luca le dà l’accendino. Ora glielo dico.
Fumano. Nell’aria c’è odore di polvere ed erba secca.
Marta si studia una ciocca da vicino, con un occhio chiuso. – Controluce i capelli sembrano fili di rame, vero?
Buttano i mozziconi tra i piedi, li frantumano adagio. Luca si schiarisce la gola.
– Ho venduto un quadro.
– Dai, bene! Quale?
– Quello della corrida.
– Quello con la mia ditata?
Quei rossi, gialli, neri avevano attirato Marta: pensava che la pittura fosse asciutta e l’aveva accarezzata. Al centro del quadro era rimasta la sua impronta, e sul suo indice la vernice rossa.
– Ti dispiace? – Non dovevo venderlo.
– Un po’. Ai tempi pensavo che me l’avresti regalato. Però forse è meglio così.
No, non è meglio. Ora glielo dico.
Il cielo cambia veloce colore. Le nuvole sono rosa e arancio, nere dove i raggi non arrivano più. Le ombre si fanno lunghe. All’improvviso Marta tira fuori la lingua e dà una leccata alla catena. Le sale quella sua risata dalla gola mentre si passa il dorso della mano sulla bocca.
– Puah, guarda cosa mi fai fare!
– Ti è piaciuto? – ride anche Luca. Come glielo dico?
– Mi hai messo la curiosità. Certo che sei sempre il solito cretino, eh.
Sorridono guardando altrove. Si dondolano sulle altalene. Ascoltano le cicale.
– Non dormono mai.
– Neppure noi dormiamo mai.
– Io senz’altro. Di te, non lo so più.
Ora glielo dico. Ora glielo dico. Mi manchi Marta, mi manchi da morire. Ho un tumore, Marta. Parto per l’India e non torno, Marta. Non parto solo se mi ami ancora. Apro una galleria, Marta. Mi trasferisco a Londra e apro una galleria. Sono stato in coma tre settimane. Marta, mi credi? Cosa posso dirti per farmi amare ancora, Marta?
– Allora. Mi hai chiesto di vederci, sono qui. Dimmi.
I bambini non ci sono più, tutti a casa per cena. Marta studia i loro percorsi. I bambini sono come animali: seguono tracciati, e sul terreno calpestato l’erba non cresce più. Non con questa siccità. Non piove da settimane.
No, non puoi chiedermelo così. Come te lo dico che ti voglio ancora intorno e addosso e ovunque? Sono ridicolo se ti dico che oggi è il primo giorno in cui vedo i colori e odoro gli odori e sento i suoni? Che quando non ci sei tu io sono in letargo? Che non so più dipingere né fumare né assaporare? Che non sono vivo? Tu ridi se ti dico che se non ci sei il mio corpo si spegne? Se poi ti dico che tu sei l’interruttore e io la lampadina hai anche ragione a ridere. Sì, io sono un cretino. Però tu, Marta, mi sei ancora vicina?
Si alza un filo di vento. Porta odore di resina. Il lampione del parco giochi sfarfalla, fa per accendersi, si accende.
– Ehi, Marta… senti che profumo. È sempre bello quando scende la sera. Vero?
Lei fa sì con la testa. Anche tu sei sempre bella.
Sta facendo buio. L’aria è più fresca. Si dondolano piano sulle altalene, ascoltano le catene cigolare.

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