la monografia - n. 4   Sensi

not for tourists

di noeyalin

Sri Lanka. Gennaio 1981. 
Siamo qui da pochi giorni e già questo paese mi è entrato nella pelle. Sotto la pelle. Come l’innesto di una pianta che cresce e fiorisce in una parte del mio animo, passando per il corpo. Questo paese fa sentire i suoi sensi, sul mio corpo. 
Sono pallida. Continuo a perdere peso: fa caldo e non mi va molto di mangiare. Così tra un po’ mi si vedrà giusto in controluce. Essere così invisibile, qui, è davvero strano: fai da contraltare agli occhi neri della gente, alla pelle scura, ai panni arancio drappeggiati intorno al corpo dei sacerdoti buddisti. Faccio qualche foto, ma so che la luce di certi sorrisi regalati qui non resterà impressa sulla pellicola. Rimarranno immagini da turisti e niente di quello che – in queste visioni - si fa amare passando dentro lo sguardo.
La mattina presto ci sveglia una nenia di preghiera che va avanti tutto il giorno. Io e mio marito proviamo a dormire ancora un po’, ma è inutile. E’ un suono che dondola lento come l’andare delle persone. Riempie e satura ogni angolo delle città, gira per le strade a segnare i ritmi di un pensiero costante rivolto agli dei, quali che essi siano. A sera è ormai nausea di un suono che cessa solo quando ormai ti ci sei annichilito dentro. Perché la vita di quelli che pregano ti passa dentro le orecchie.
Dopo un’altra mattinata in giro, è di nuovo ora di pranzo. E’ un po’ meno dura da quando abbiamo assaggiato quelle banane piccole e dolcissime. Però è dura. 
Che poi io da piccola sono anche andata a letto senza cena perché non c’era niente da mangiare. Per questo ho capito che il cibo che ci hanno offerto le suore, al nostro arrivo, era quello di una tavola imbandita nei giorni di festa: un cavolo bollito, il riso che, da noi, si dà alle galline. Quando ho visto quei piatti volevo morire. Ma poi ho mangiato. E le cose avevano davvero il sapore della festa. Lo Sri Lanka mi si appiccica addosso così, con qualche chicco di riso insipido sulla lingua.
Si mescola alla preghiera come l’acqua con la polvere. Ti arriva dritto al cervello e scommetto che continuerò a sentirlo per giorni, anche quando ce ne saremo andati. E’ un effluvio pieno, frutto d’una ricetta strana: sono i corpi della gente, le vacche sacre indisturbate a occupare il fango di certe strade, il verde di infinite gallerie d’alberi che attraversiamo a fatica, le geometrie composite di spezie a cuocere. E - sotto - il sapore giallo del sole, che manda su i gradi di tutti questi pezzetti di vita odorosa e li mescola come il più sapiente dei profumieri. Ne esce un distillato d’aria oleosa che raggiunge le narici con tenacia, lasciando nel naso un odore che non si trova in nessun altro angolo della terra. E’ l’odore di questo paese.
E’ arrivato il giorno in cui dobbiamo andare in tribunale. Finalmente. 
Sono in ansia. 
Arriviamo là, facciamo quello che dobbiamo fare.
E’ andato tutto bene.
Tengo tra le mani il senso di questo luogo così lontano da casa mia, dove sono arrivata dopo un lungo cammino. Chi lo avrebbe mai detto che io e mio marito – una parrucchiera ed un operaio – ci saremmo spinti fin qui, guidati solo da un desiderio forte quanto la fisica, intemperante distanza di questo paese.
Eccolo, il tatto: è questa cosa che respira piano come un uccellino piccolissimo, un corpicino che ho paura di rompere, è nera nera, neri gli occhi e i capelli fini e tutti dritti, con i polsi che quasi non si vedono e un braccialetto a chicchini di plastica bianchi. E neri. Sta dentro una scatola da scarpe, tanto è esile. Glielo dirò, quando sarà grande: “Da piccola entravi in una scatola da scarpe”. Ha un nome speciale, perché è nata in un giorno tutto suo: il 25 dicembre. La sua stella cometa ci ha guidati fin qui. Non ho esitato un attimo per venire a prendermela. Questa, da oggi, è mia figlia.

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