la monografia - n. 4   Sensi

io e sara

di polenta

Come te la sei fatta tu, la domanda scema, me la sono fatta anch’io: come abbiamo cominciato? Sotto sotto sono convinta che succede sempre quello che deve e che lo stupore sta solo in noi. Però se devo dirti che cosa mi ha colpita allora, per stupido che ti possa sembrare, è stato il suo orsacchiotto. Non ridere.
Giusto per darti l’idea: era un giovedì, la settimana dell’otto dicembre, Alisa mi aveva invitata a passare il ponte a casa sua. Lei si era trasferita anni prima con i genitori e cercavamo di stare insieme tutte le volte che era possibile. Almeno all’inizio. Poi come, succede spesso, per una ragione o per l’altra ci sono sempre cose più importanti da fare e quell’anno avevamo approfittato del ponte dell’Immacolata più per senso del dovere che per la voglia di vederci. Insomma, arrivo, grandi strilli, baci, abbracci, e dimmi di tizio e dimmi di caia, mi sembrava come quella volta da bambina che parlavo nel telefono trovato nel dixan: non era solo perché facevo finta, era anche che la cornetta puzzava di detersivo…
Ci arrivo, ci arrivo, no, non è che voglio divagare, è che così mi viene da raccontartela. Perché, pensaci bene, anche l’Odissea, stingi stringi, è la storia di uno che sta via trent’anni da casa e poi torna dalla moglie. Cerca di vederla con me.
Entriamo nel salone dal corridoio d’ingresso, divani, tappeti, lampade, librerie a parete di legno vero. Vedo Michele, il gemello di Alisa, che si alza per venirmi incontro, sento la voce di Gilberto che dice a qualcuno «come fai ad avere ancora l’orsacchiotto a sedici anni, non hai niente di meglio da portarti a letto?»
A chi lo sta dicendo?
«Non essere schifoso più del solito» Alisa non convince nessuno. Non riesce nemmeno a restare seria. C’è da chiedersi se sia già famosa qui come lo era a casa. Anche solo per dieci minuti, ma riesce a farseli piacere tutti. Per fortuna che è anche simpatica.
«E comunque quell’orsacchiotto si chiama Sonia, quindi magari te lo puoi far prestare tu stanotte» Segue baraonda di commenti, il comprendonio di Gilberto riesce ad arrivarci e attacca anche lui l’interruttore del calore. Ne approfitto per aggirare l’unica poltrona con lo schienale rivolto alla porta e la vedo: rossa fino alla radice dei capelli non rossi come il viso, ma quasi. Gli altri continuano a ridere di lei e capisco che solo per me ha un senso che quell’orso si chiami Sonia. Magari, mi dico, è destinata a capirlo, ma oggi non ancora. Alza gli occhi, le sorrido. Al posto della Saretta, la piccola di casa, quella a cui riesce tutto bene, dal pianoforte alla ginnastica artistica, mi ritrovo inebetita davanti a una Sara tutta nuova, tutta piena, con mezzo metro di gambe in più. Si aggrappa al mio sorriso in mezzo a quei bifolchi che mimano qualunque cosa abbia a che fare con il sesso che vorrebbero avere e di lei si sono già dimenticati.
Ti avevo già detto che siamo invisibili? Sì, è così ti dico, esistiamo solo nei film porno, credici.
Com’è che non mi chiedi di farla breve adesso? Vuoi il romanzo? Che so, ti piacerebbe anche un sottofondo musicale che scandisca il meglio di? Mi dispiace deluderti, ti sei innamorata anche tu e quindi sai come succede, è la stessa cosa di quando senti ronzare i cavi dell’alta tensione in una giornata umida. Solo che i cavi li hai dentro e tirano da sotto in su. So che devo evitarla, dovevo, credimi, non perché fosse la sorella di Alisa, ma perché a quell’età otto anni di differenza sono troppi comunque, anche non volendo considerare il fatto che lei non sa e non ha ancora cominciato a saperlo. Forse. 
Eppure, per tutto quel pomeriggio e per gli sbevazzi di quella stessa sera, me la trovavo seduta vicino quasi sempre. Un paio di volte mi sono forzata ad alzarmi e andare da un’altra parte. Però - anche adesso Elena, come adesso, come qui - alla fine la ritrovo sempre: è bellissima, non posso fare a meno di guardarla, sono talmente attratta da lei che non riesco a fare a meno di pensarla, di volerla, credimi Elena, è diventata subito l’asse di rotazione del mio desiderio, e la cosa straordinaria è che, per una volta, sono io a liberare l’energia che slega la passione dalla cattività nella quale l’avevo immobilizzata, sono io che compro cinque vocali e giro la ruota che fa cominciare quella che volevo fosse una rivoluzione senza fine. Io.

Il venerdì mattina Alisa mi trascina in giro a fare spese; la città ha uno spasmo precoce di Natale e mi trascino per le strade un calore più intenso di quello di tutti quei faretti alogeni dei negozi, ma anche la consapevolezza che ho poco tempo prima di ripartire e lo sto sprecando lontano da lei. Sprecando? Magari è l’unica cosa sensata, stare fuori di casa. Mettiamo pure che domenica sera sia proprio Sara ad accompagnarmi al treno e a dirmi che mi amerà per sempre, cosa faccio? La rapisco e la iscrivo al liceo privato del mio paese per farle fare tre anni in uno? Le faccio leggere un Bignami di maturazione affettiva? No Elena, non c’era verso.
Dovevo accettarlo e basta. 

Ero così persa in questo ragionamento che la spinta mi ha quasi fatto cadere, mi volto e lei è lì, più agitata di me, che gioca a fare la spigliata. Dice che si è dimenticata di prendere il pane. Sorride. Lo so all’istante che sbaglio, ma lo faccio lo stesso: le passo un braccio sulle spalle e fingo di essere spigliata anch’io. Tre-due-uno… Contatto.
Lo vedo subito quel pensiero che le allarga il viso, so che cosa sta pensando perché l’ho pensato prima di lei, è il rumore del ticchettio, sono le tessere del mosaico che vanno al loro posto: le ricacci per anni ai margini della figura dicendo che sono semplicemente sbagliate, incongrue, e poi quando riesci a buttare fuori quella benedetta ammissione, quel sì, quella sono io, sono questa, non più quella, allora il fiato riprende un discorso interrotto chissà quando con i tuoi polmoni e nel petto ti entra il respiro del mondo, tutta la primavera che ti sei negata, l’armonica che ti libera il sorriso. Mi si sono piegate le gambe quando ho sentito la sua mano che prendeva possesso del mio fianco. Quanto pane vuoi? Un chilo? Dieci chili? Un milione di miliardi di chili?
Sono sicura che sarebbe finita lì se Alisa non avesse avuto dei piani che stavano per mettere una croce definiva sulla nostra amicizia. Lo sapeva quanto odio la montagna, quanto mi annoio a starmene al bar ad aspettare, però aveva sbadatamente promesso a un paio di ragazzi che avrebbero passato il sabato a sciare; il fatto di trascinare nel viaggio anche Gilberto la eccitava da morire. Finse di rinunciare quando le dissi che non sarei stata della partita, ma finse male e nel dubbio si affrettò a promettermi che sarebbero stati di ritorno prima di cena. Dalla cucina vedevo Sara che sembrava l’illustrazione alla domanda “che cosa succede dentro la vostra pentola a pressione quand’è sul fuoco?”, certi sguardi che attraversavano l’ingresso come le avanguardie aliene di Incontri ravvicinati di qualche tipo. Mi segui Elena? Ascolti me o ti stai già proiettando un film tutto tuo? No, a me non viene da ridere, quello mi succede con la vita degli altri.

Il Sabato comincia presto. Aiuto i ragazzi a preparare gli zaini e resto in cucina a riordinare cose che sono già in ordine perfetto. Fumo, respiro, fumo e ansimo. Mi sento scema e anche totalmente persa. Decido di tornare a letto ad aspettare che sia chiaro. La porta della camera di Sara è aperta, tipico di Alisa, sotto la sua scrivania c’è una piccola lampada accesa: la donna della mia vita ha paura del buio. Mi siedo sul tappeto e aspetto. Aspetto. Aspetto.
Dalla finestra il sole entra come un intercity in galleria. Ho dormito almeno quattro ore per terra con indosso solo una maglietta a maniche corte e ho la carne gelata fino all’osso. Sara da sotto le coperte mi guarda e sorride come ha fatto ieri per strada. Sulla mia faccia deve esserci scritto in grande: IPOTERMIA. Solo per questo scosta la coperta e mi dice di andare a scaldarmi un po’. Lo spazio è poco, mi ritrovo sul fianco a guardare la stanza, lei dietro di me, dietro a lei il sole che illumina tutto e toglie quella punta di morboso che ci sarebbe stata se adesso fosse pomeriggio. Ci muoviamo appena, eppure adesso la sento tutta, dalla guancia ai piedi, come un calco, un calco caldissimo. Faccio quello che posso per scivolare sulla schiena, la maglietta che si accorcia sulla pancia. Ancora caldo. Sono talmente fusa che non realizzo subito che è nuda, almeno finché non mi appoggia la mano sulla pancia: talmente calda che potrei usarla anche per stirarmi tutta la roba che ho ancora in valigia. Va tutto piano. Da sotto le coperte un odore che spacca. Nella testa mi girano le figurine che si formano nei caleidoscopi e non devo nemmeno fumarci su qualcosa. Col palmo mi sta incidendo a caldo la sua linea del cuore sul seno, per due minuti mi sembra di essere caduta nel diario della più scema delle mie compagne delle medie. Mi ricordo perfino l’odore della colla che usava per attaccare i ritagli di giornale. Non fare quella faccia Elena, manca poco.
Adesso ho il suo alito sulla guancia, ho chiuso gli occhi e resto più ferma che posso. Non la voglio trascinare, non posso, come non posso fare a meno di guardarla quando ormai la sento a un centimetro dalla mia bocca, quando è il mio sguardo a drogarsi delle sue labbra, giusto un attimo prima che il desiderio crei qual vuoto d’aria che diventa finalmente un bacio.
Come? Ho detto che manca poco? Giusto. Quello che per me è un bacio che dura ancora adesso, è finito mezzo minuto dopo, forse poco più. È schizzata a sedere sul letto e ha sparato quel
«non… io… io… io… non sono… come te!»
Come me…
Due minuti dopo era già in strada con tanto di zaino pieno di mutande, pigiami, l’orsetta Sonia, il resto della mia vita a non essere come in quel momento, il resto della sua a pretendere di essere normale, dei brutti sogni dai quali si sveglia urlando e le pantofole con la faccia da maiale.
Due istantanee del mio dentro.

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