la monografia - n. 4   Sensi

insensato assenso

di sphera
È cominciata come una cena qualsiasi. Un gruppo di amici, alcuni a coppie, altri no, alcuni si conoscono bene, altri si vedono per la prima volta - l'aperitivo, poi si cena, si mangia, si beve, si chiacchiera.
Tu hai i tuoi pensieri, le tue stanchezze. Forse non avevi neanche voglia di andarci, a questa serata con tante persone che nemmeno conosci. Poi, mentre sei lì che giocherelli con la forchetta, manca di colpo la luce. C'è stato un tuono? Sì, è il temporale. Non c'è una candela? No, santo cielo, non c'è: chi mai si tiene in casa delle candele. E in questa bella casa in campagna, isolata, - immersa nel verde, dicono loro- il buio adesso è totale, senza insegne o lampioni, fondissimo e spesso.
In un soprassalto di fastidio hai la tentazione di cercare nel buio la porta e andartene via. Ma invece, così, solo perché è quello che stavi facendo e per pura inerzia non smetti di farlo, porti un'altra forchettata alla bocca. 
E nel momento in cui chiudo le labbra su quel boccone mi accorgo che è tutto diverso. Quello che ho già chiuso in bocca adesso mi pare di non saper più che cos'è. E devo fare uno sforzo, per masticarlo, per confermare con la lingua e i denti e il palato che è identico a quello che ho inghiottito solo un attimo fa. Con cautela rigiro in bocca la sua consistenza, confermo che ha proprio quel sapore, lo stesso di prima, anche senza aver più forma e colore. E mentre sono concentrata a indovinare quello scivolare di panna, quel granuloso di parmigiano, e questo cosa sarà, questo pezzetto, prosciutto, sì, credo di sì, in quel momento sento anche, nel brusio delle voci, la sua. Da tutta la sera la ascolto, la voce di chi mi siede di fronte, abbiamo chiacchierato e scherzato, ma solo adesso che non lo vedo la sento. Non le parole - sta dicendo qualche innocua sciocchezza, non so. Sento la voce, che ha un tono e un timbro, dentro il buio, che all'improvviso mi vien voglia di bere. Non è facile trovare il bicchiere: la mie dita esitano sulla tovaglia, cercano adagio, ho paura di fare pasticci. Sento preciso il calore del vino che mi riempie la bocca, mi pare più denso e più forte, ma forse prima non ci avevo fatto caso: anche il deglutire diventa un atto voluto, adesso che di quello che faccio non vedo i confini. 
Il bicchiere lo rimetto sul tavolo, con cautela - non vorrei rovesciarlo- e mentre lo appoggio, per un momento, una frazione di un mezzo secondo, mi sembra che le mie dita sfiorino qualcosa di vivo. Forse anche chi mi sta di fronte appoggiava il bicchiere, forse cercava un pezzo di pane o il tovagliolo - mi è parso, solo mi è parso, di sentire qualcosa, appena più di uno spostamento d’aria, un niente che però ho sentito. E la mia mano adesso è diversa: la sento, sulla tovaglia, ascoltare nel buio. Con l'altra cerco la forchetta, non la trovo, uso le dita, nessuno mi vede, bisogna che mangi qualcosa. Stringo tra le dita e tra i denti lo scrocchiare di un gambero, mi pare faccia molto rumore. Lo sento in bocca, lo ascolto, e non mi sono mai accorta prima del suono del mio deglutire. Ascolto nel buio le voci, e di nuovo la sento, la sua. È vicina, di fronte, il soffio di un movimento mi porta un odore, un fiato di vino e di panna, un sapore di dopobarba e persona e, forse, di pelle. Ridono tutti, qualcuno ha detto qualcosa, io rido ma inghiotto il respiro. È insensato, lo so, ma il fatto è che adesso lo sento. Come quell'amico che mille volte ti ha abbracciato e baciato ma una volta tu l'hai sentito, hai sentito le dita e le braccia. Come il professore, il collega, il vicino di treno, l'idraulico, l'amico di famiglia, il compagno di banco. Può capitare, ti è capitato un momento in cui hai smesso di vederli e hai iniziato a sentirli. Sentire come adesso sento uno sguardo che non posso vedere, di fronte, ma come lo avessi di spalle e mi costringesse a girarmi. Sentire come sento l'aria che è mossa dal suo respirare e che aspiro come se mi mancasse. Mi accorgo di avere mani, non le ho mai avute prima, e ogni polpastrello legge immobile e ansioso le fibre della tovaglia, mi accorgo di avere gambe, strette forte addosso alla sedia, mi accorgo di avere piedi che si guardano intorno, che si muovono piano come se stessero fermi, cercando qualcosa. E trovano uno sfiorare, e bevo con tutta la pelle qualcosa che cambia nella voce di chi sta parlando, il minimo tono di un respiro più basso e veloce, l'aria appena spostata da una mano che si muove sul tavolo, il sapore di sale e di mare che ti allaga la bocca. 
Non voglio, non voglio che torni la luce.

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