la monografia - n. 4   Sensi

sette capoversi e un’aria limpida

di azioneparallela

Tutto questo non ha senso, mi disse il mio amico, accasciandosi su una sedia. Non l’avevo mai visto in un simile stato. No, non ha senso, andava ripetendo, nulla ha più senso. E so che sarei stato crudele se in mezzo al suo nero sconforto avessi domandato: «tutto questo» cosa? Cosa è «tutto questo»? E cos’è che «tutto questo» non ha? Il senso? Già, ma che cos’è il senso? No, non che cos’è il senso, pensai, ma: come la si «ha», una cosa come il senso? Mi congedai in fretta dal mio amico, correndo dietro ai miei pensieri: se tutto questo non «ha» senso, mi domandavo, vuol dire che il senso, qualunque sia e qualunque cosa sia, è una cosa che si «ha». E come si hanno le cose? Io ho trentasette anni, una moglie e due figli, ho una casa, una professione, un conto in banca (niente di che, per carità!) – e qualche altra cosa un po’ meno importante. Tutte queste cose le «ho», e forse potrei anche dire come le ho avute o le ho. Ma: il senso? Come ce l’avrei (se l’avessi), il senso? Oppure il senso dovrebbero o potrebbero averlo le cose, tutte quelle cose là, che ho detto, e non io? E perché io non potrei «avere» il senso? 

Questa mi pare, in verità, una buona domanda. Se infatti io non potessi avere senso, non sarebbe più «tutto» ad avere o non avere senso. E il mio amico non potrebbe più dire che nulla ha più senso, o che tutto non ha senso, poiché quello del senso sarebbe un affare che non riguarda me, e dunque non riguarda il tutto. Metter su famiglia può avere o non avere senso, dedicare la propria vita a un compito può avere o non avere senso, fare la rivoluzione può avere o non avere senso, scrivere lavorare pregare possono avere o non avere senso, e la vita intera può averlo o non averlo: ma io? Posso io «avere» o non «avere» senso? E cosa dunque sono io, se tutte le cose possono avere quella cosa che io solo non posso avere? Io posso scrivere lavorare pregare, ma ciò può avere senso; io no. La vita può avere senso, io no (dunque io non sono la vita, e non sono neppure la mia vita, io non sono la mia vita, perché la mia vita potrebbe avere senso o essere senza senso, non io: io non posso avere né non avere senso).

Rividi il mio amico un paio di giorni dopo. Eravamo sul lungofiume; faceva freddo. Lui era ancora dominato da cupi pensieri. Non era il caso che provassi a dirgli: guarda, se anche la tua vita non avesse senso, non saresti tu a non avere senso (né sono sicuro che avrebbe tratto conforto, da questo mio pensiero). Fu lui però a parlare, e a dire a un certo punto: non ha alcun senso che io ci sia. Non so bene cosa meditasse di fare. Però confesso che lo lasciai ai suoi pensieri e cominciai a mia volta a pensare che, certo, che io ci sia o non ci sia, questo potrebbe avere o non avere senso. Dunque anch’io potrei avere o non avere senso! Feci tuttavia a tempo ad accorgermi, prima che l’ordine dei miei pensieri fosse rivoluzionato da questa scoperta, che non io avrei potuto avere (o non avere) senso - non io, ma il fatto che io ci sia. Che io ci sia è un fatto, pensai, e questo fatto potrebbe non avere alcun senso. Questo fatto, però: non io. Che cosa fosse questo fatto, lo compresi bene ponendo attenzione a quel che il mio amico aveva detto: che io ci sia, aveva detto. Non che io sia qui o là, non è questo che per lui non aveva senso, ma proprio il fatto di esistere, di essere venuto e di stare al mondo. Fossi anche altrove, doveva aver pensato, non avrebbe senso che io fossi là, in un simile altrove. Ma allora non era lui, e non sono io a non avere senso, quanto piuttosto l’esser qui o là, o altrove, e insomma l’esserci in generale. Non so quanto generale sia questo esserci: so però che non è universale, perché non comprende me. Il mondo c’è, e io non sono al mondo. 

Con questi pensieri me ne tornai a casa. E solo quando giunsi nel mio studio, accesi la lampada e mi misi al lavoro, mi ricordai nuovamente del mio amico, che avevo lasciato da solo sul lungofiume. Forse, pensai, ha bisogno di me. Forse io ho senso per lui. Pensai questo, e questa volta mi accadde davvero di abbandonare i pensieri che mi avevano tenuto occupato sino ad allora. Io ho senso, pensai! Perbacco, se ce l’ho! Io ho senso per lui e lui, il mio amico, ha senso per me! Come avevo fatto a non leggere sul suo volto smarrito l’ingiunzione: tu sei responsabile? Tu sei responsabile, non ti puoi sottrarre! Come avevo fatto a non essere d’aiuto al mio amico, e a non vedere in questa richiesta d’aiuto la scaturigine stessa del senso? 

Ed ecco perché fino ad allora mi ero sbagliato: perché prima mi era parso che tutto avesse o non avesse senso per me, in relazione a me, e che per questo io stesso ero fuori della sfera del senso. Ma adesso capivo che se tutto aveva senso per me, io avevo senso per l’altro. Io ero tutto devoluto all’altro, e dall’altro prendevo il mio senso. 

Questo pensiero mi rinfrancò. Il mio io, che prima mi era parso ergersi solitario sopra il mondo intero, ora invece si era fatto piccolissimo e umilissimo, e chiedeva all’altro un aiuto per avere senso. Corsi indietro dal mio amico mentre scoprivo che, a pensarci bene: sarebbe stato lui ad aiutare me! Sul lungofiume, tuttavia, non lo trovai. Decisi così di spingermi fino a casa sua, e camminando prima con passo affrettato poi sempre più lentamente cominciai a pensare: io ho senso per l’altro, e lui per me, ma questo «l’uno-per-l’altro» per chi o cosa ha senso? Per me, non può averlo, perché io nell’uno per l’altro ci sono dentro sino al collo. E nemmeno per l’altro, per il mio amico: per la stessa ragione. Sul suo volto leggo l’appello che chiama e dà senso a me, ma allora l’appello da cui ha origine il senso, quell’appello non può avere a sua volta senso: e come potrebbe avercelo, se di lì il senso comincia? Comincia assolutamente e senza presupposti? Già: ma qual è allora il senso di un simile cominciamento? E insomma (e alla buon’ora): qual è il senso del senso? Ha poi senso che le cose o gli altri abbiano senso, e che io stesso, posto che ce l’abbia, ce l’abbia?

Mi ero di nuovo immerso in difficili pensieri: se posso domandarmi qual è il senso del senso, andavo riflettendo, posso domandarmi pure quale sia il senso del senso del senso. Oppure posso domandarmi quale sia il senso di un simile domandare. Oppure ancora, nel caso pensi che con questi pensieri bisogna farla finita, quale sia il senso di una simile decisione e di un simile ‘farla finita’. Ovunque mi voltassi, quel che avevo da pensare mi pareva invincibilmente aporetico e problematico, e non avevo la più pallida idea di come uscire da un simile viluppo di contraddizioni: «si dica, dunque, pensai alfine, che sia che io abbia senso sia che non l’abbia, e sia che l’abbia per me o per me non l’abbia, e sia ancora che l’abbia per un altro, o un altro l’abbia per me, o che né io l’abbia per l’altro né l’altro l’abbia per me, io e gli altri, tanto in rapporto a se stessi quanto nelle nostre relazioni reciproche, potremmo avere e non avere senso, in questo giro di pensieri e in ogni altro modo». Ma intanto ero giunto a casa del mio amico, e bussai.

Il mio amico non rispose. Bussai di nuovo. Niente. Rimasi in attesa. E così presi a chiedermi: ma come ci sono finito, in una simile nube di pensieri? E ci sono finito davvero? Ci sono davvero entrato? E come? E dov’ero, allora, «prima» di entrarci? E dove, mentre ero in quei pensieri? (E ora: dove sono, ora?) Certo, questo ora era un nuovo pensiero: che dava da pensare. Ma che dovessi prendere così un tal pensiero, come quel che dà da pensare, compresi d’improvviso che era proprio ciò da cui (e in cui) ero già da sempre dis-pensato. Già da sempre! Finalmente vedevo le cose nel modo giusto. Non più dubbioso, quando il mio amico rispose al citofono lo salutai calorosamente, ed entrai. Tutt’intorno, l’aria s’era fatta più limpida.

Nota.
   Il primo capoverso è stato scritto pensando a E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale.
   Il secondo capoverso pensando a L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus.
   Il terzo capoverso pensando a M. Heidegger, Essere e tempo.
   Il quarto capoverso pensando a E. Levinas, Totalità e infinito.
   Il quinto capoverso pensando a J. L. Nancy, Hegel e l’inquietudine del negativo e a C. Sini, L’origine del significato.
   Il sesto capoverso contiene una contraffazione maccheronica della conclusione del Parmenide di Platone.
   Il settimo capoverso utilizza un pensiero di Wittgenstein, ma mi piacerebbe che qualcuno vi scorgesse al fondo le parole di un santo, e di uno scomunicato. Modus diligendi, sine modo diligere (il santo); Nemo potest Deo odio habere (lo scomunicato).

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