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cicchetti corsari 2
d’arsenio bravuomo
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a mio padre, avvolgitore
Can - you -hear - me - when - I – Sing,
you’re the reason I sing
You’re the reason why the opera is in me...
(u2, sometimes you can’t make it on your own) |
c’era una volta questa mattina che mentre bryan ferry strascicava bave di parole da
more than this, so no s’avete presente la canzone, provavo a tradurre decentemente bukowski,
charles, qualche poesia, di una di quelle che pubblica
minimum fax. è giusto un lavoro facile facile, facile facile facile, facile, ma facile. da mattina scioperata. tanto, peggio di quelle traduzioni lì, mica è facile. difficile difficile. i
minimum li salva il testo originale a fronte, li salva.
così, anche per fare un favore all’italiana umanità, c’era quella mattina ch’abbozzavo questa mail qua:
cari info@minimumfax.it,
vi scrivo per avere informazioni, alcune, sulla vostra politica di traduzione delle poesie di Charles Bukowski. (sempreché)
lo so che siete disperati e non sapete più a chi affidare la traduzione nella nostra beneamata lingua dei gargarismi di quell’ubriacone mort’ e sepolto. lo so, e si vede. che, per caso ne avete imbroccato, di traduttore? no. avete assoldato parecchi diversi mercenari, tra cui pure una femmina! vorrei potervi parlare a tutti questi e chieder loro quanti pomeriggi hanno passato chiusi in una stanza a fissare la parete. quante volte, eh? han’ mai dormito per strada? han’ avuto fame? han mai fatto a botte la notte fonda? han’ mai scritto un verso originale?
non chiedo tanto, solo un po’ di precisione, un po’ di rigore nella scelta delle parole, del lessico. le parole mica si possono inventare, bisogna esser precisi, in poesia.
m’interruppi pensoso perché io ho questa strana malattia che a un certo punto dal nulla mi saltan in testa delle parole. così, dal nulla, dentro la testa sento risuonare la parola “tamerlano”, per esempio. o “disincastrare”. non c’è una ragione precisa, che io sappia. allora per esempio lì per lì mi saltò in testa la parola... la parola... come si dice quell’accidenti per versare la minestra? com’è che si chiama già?
boh. mi sarebbe venuta in mente. proseguii.
per esempio, vi faccio l’esempio perché dalle facce che fate mica siete convinti, mica avete capito. in occasione della vostra pubblicazione di “sotto un sole di sigarette e cetriolini” ancora una volta avete profanato ritmo e impaginazione dell’opera del suddetto bevitore. prendete l’ultima poesia, wine pulse, prendete gli ultimi versi. avete pensato bene di mettere nero su bianco una roba tipo:
lo ripeto tutto daccapo
e lo ripeterò tutto quanto per sempre
fino a che la magia che ne nasce per me
nascerà anche per voi
io, dal cantuccio mio, trascriverei così:
lo ripeto tutto ancora
e lo ripeterò tutto sempre
fino a che la magia che capita a me
capita a voi
provate a leggere a voce alta la versione in lingua originale e poi la vostra e poi l’originale e poi la mia. si vede?
provate poi ad allontanare la pagina dagli occhi, a sfocare e concentrarvi sul profilo che i versi disegnano sulla pagina. concentratevi sul profilo delle parole, degli acapo, ci son forme, ci son ritmi, son dei disegni quelle poesie lì. son come quadri, sì. e quindi, per quanto possibile, devon essere uguali, come a sinistra (originale) così a destra (traduzione). soprattutto con bukowski. son mica sonetti.
cucchiaio! ecco la parola! no. non l’aggeggio per mangiare la minestra, quell’altro, quello per versarla, stracazzo!
andai avanti sempre più pensoso:
eppoi bisogna esser precisi in poesia. mica si posson inventare le parole, il lessico. tipo come a pagina 60 per voi “lived” diventa “stati” invece di “vissuti”.
guardate, lo so che siete disperati, ne converrete con me, si vede, e nella vostra disperazione vi dico che piuttosto ve la faccio io gratis, la traduzione, ma piantatela una buona volta. con tutto che io son un grande lettore vostro, delle vostre edizioni, dico, e cliente affezionatissimo, e apprezzo moltissimo il vostro lavoro entusiasta e profondo eccetera eccetera, eccetera eccetera eccetera, eccetera. però, dai ragazzi, il vecchio buk, a saper l’italiano, ci si riempie la tomba di vomito (e non per l’ennesima sbronza).
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ah, e a pagina 48 c’è un refuso: “iust” dovrebb’essere “just”.
ma non si può infervorarsi dietro una menata qualunque che qualunque aggeggio t’interrompe. tipo che m’arrivò codesta mail:
ciao caro ciao sono una splendida tu’ ammiratrice, e sotto raccomandazioni di mimì, cocò e uno dei tre moschettieri della tavola rotonda mi autocandido come poetessa di ultimo grido, e primigenio uccello dall’ala spezzata e vezzosa, come l’alba delle mie lagrime puntute. quindi vedi di promuovermi leggermi che non mi dispiacerebbe affatto aggiungerti all’elenco di gente che mi raccomanda. grazie ciccio grazie
m’inginocchiai papale e avrei lavato i piedi a tutti gli sviluppatori di
mozilla thunderbird, benedicendo in particolare l’inventore del filtro bayesiano antispam con autoapprendimento, e feci che premere il pulsante “junk”.
non fosse bastato ecco il citofono, citofono dimmerda, nella sua regolare immediatezza fonica, a interrompere di quel che andavo scrivendo, a caso, certo, ma mi sentii tipo obbligato d’andar a rispondere, certo scazzato, certo, fanculo, ed ero poco bevuto, la mattina, scioperata.
dissi, chi sei? una voce rispose, a.b. pensai, abì? a.b.? arsenio bravuomo? ma quello sono io. dissi, ab chi? la voce rispose, alessandro baricco, no, e aggiunse, quello di abc! pensai, abicì? dissi, alessandro baricco citofona? disse, ma no, abc, abcity, alessandro baricco city, il romanzo! dissi, ah, certo, il romanzo. dissi, che vuoi? disse, salgo. dissi, sali.
‘le volte, posso anche farmi certe figure.
abc entrò di per casetta mia sbolognandosi sul divano. io lo cagavo appena, mentre sbrodolava euclideo iperboli e parabole sulla pulizia ottocentesca del pavimento mio. cioè, che risale all’ottocento l’ultima pulizia conclamata. poi con fare compagnero piazzò i suoi camperos sul tavolino. io che cercavo di rollarmi la sigaretta con la mia solita destrezza, ero già alla terza cartina buttata, sbagliai anche la quarta e dissi, a
circolo pickwick cala un po’ giù da lì i moon boot! ma lui niente, mica mi sentiva, continuava a sbrodolare, ipercubico. poi di colpo, mise giù i piedoni e s’inarcò per un colpo di scena dei suoi. disse, sono un fottuto scrittore, fottutissimo, fottuterrimo, e al giorno d’oggi se non fai un bel fiasco colossale non ti si fila più nessuno. disse, voglio andar controcorrente. disse, voglio scrivere un libro di poesie. disse, ma io son troppo preso da altri altisonanti progetti e mi serve un
ghost writer e tu sei quello che ho scelto. disse, e il mio fottutissimo libro di poesie, dopo
seta e city si chiamerà “sensi: sensazioni, direzioni, significati”.
io feci che sbagliare anche la quinta cartina e cercai, davvero, il tasto “junk” di sopra del divano. ma non c’era, ovviamente, quindi dissi, sì, bravo, tu sì che hai gusto in fatto di lettere, ma quanto mi dai? la misi sul veniale, venefico, che se non s’andava al dunque quello mica mi si schiodava più, tanto che s’era pure presentato a mani vuote di birre o alcunché. abc mi offrì 10 euro a
poetry. così le chiamava, poetry. partì la trattativa, e la misi sulla questione di principio, la segretezza, lo stile e tutto. anni e anni di contrattazioni coi baristi che non ti vogliono offrire il prossimo negroni, hanno un loro perché. cosicché alla fine, sudato e esausto, abbiccì finì di offrirmi addirittura il master della scuola holden. dissi, ok vada per i 10 euro a poe-cosa.
tutto contento abbìci si tolse dai piedi, giusto che io avevo da scrivere mail immortali, citando sottovoce a memoria passaggi di “alzate l’architrave carpentieri”. mentre se n’andava gli urlai per le scale, non è che sai come si chiama quel fottutissimo cazzo di coso per versare la minestra? ma il suono dei suoi camperos era troppo forte e la mia richiesta si perse nella tromba, delle scale.
chiusa finalmente la porta, strappai il filo del citofono, maledetto citofono, e chiusi anche la pratica sigaretta di tabacco
golden virginia, filtrino compreso e tutto. poi mentre nella testa la parola “mestolo” comparvemi nitida e intermittente come l’insegna luminosa notturna del mio bar preferito,
font compreso e tutto, ravanai nel cestino della posta elettronica e feci che rispondere alla splendid’ammiratrice:
cara cara cara, cara cara, cara, ci ho un lavoro per te, propio. ti andrebbe di scriver poetry a caso delle tue a un paio di euro cadauna?
e tutti vissero felici e contenti.
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