la monografia - n. 4   Sensi

il palazzo diagonale
(istruzioni per l’uso)

di lasignorafranca

Il palazzo ha una quantità di linee, quasi tutte diritte. Vanno in alto e in basso, e anche di lato, da un lato all’altro. Le greche ripetono il mare ionico per tutta la facciata, i mezzipilastri salgono lungo i fianchi sensibili, di vetro fumé che nasconde lo sguardo.
Il palazzo ha denti di granito e si percorre preferibilmente da sotto a sopra, e viceversa. Tubi d’acciaio corrono con le bocche spalancate verso il cielo, e la città di sotto e di sopra ci entra di continuo, diretta sopra o sotto, assecondando il suo moto terrestre e ascensionale. La città che comincia col trapestio dei topi e degli alligatori nelle sentine, coi movimenti di trivella che smuovono il drago di metano, sotto il piano di calpestio, sotto i tunnel della metro, sotto le cloache, e sale, sale per quindici, trentacinque o centoventisette piani fino al pennone più alto attorno al quale volano le rondini. La città allungata e protesa che intinge le guglie nel cielo di bronzo. 

Alla natura verticale e ascensionale del palazzo partecipano i carrelli elevatori, le condotte dell’aria e dell’acqua, l’ambizione, i telescopi, le ringhiere, il denaro, i fattorini, le librerie, i lampioni. 
Alla natura verticale e precipitatoria del palazzo partecipano i suicidi, i parafulmini, i tritarifiuti, i sifoni delle docce. La donna depressa dell’ottavo piano, una scultura di Alexander Calder dal titolo “Trappola per aragoste e coda di pesce”, in fogli di metallo filo d’acciaio e vernice nera, di collezione privata. Alcuni pendenti di smeraldi e malasorte, trafugati a un tesoro di re, un laccio di cuoio con una medaglietta di San Bartolomeo. Un lampadario di vetro italiano. 

E’ dubbio se alcune passerelle appese nel vuoto, al ventitreesimo piano, appartengano al palazzo verticale o al palazzo orizzontale. E’ verticale il fardello, il peso che tende all’abisso di tetti e pozzi della città, l’ebbrezza da rischio. E’ orizzontale l’oscillazione, il fiato sospeso, il dondolio percepito solo dai giunti antisismici e da talune malinconie.
Un palazzo orizzontale, d’altronde, s’incrocia e s’oppone di continuo al palazzo verticale: nei punti convenuti allarga i suoi piani a destra e sinistra, lungo guide di moquette rossa che s’interrompono solo, all’estremo limite dei corridoi, sulla linea delle porte di sicurezza, oltre le quali la città è un salto blu tappezzato di cartelloni e scritte fluorescenti. 

Ci si chiede spesso di che qualità sia il tempo, nel palazzo: al tempo rapido degli ascensori e delle fibre ottiche s’appoggia il tempo minerale del basamento, il tempo lento degli acquari, il tempo amniotico delle camere da letto, quando i sogni fanno salire la loro marea salina e sommergono il palazzo dentro e fuori.
Qualche volta è il tempo verticale dell’alveare – ciascuna vita come una particella minuscola, pulsante e gerarchica – qualche volta è un tempo orizzontale e solitario – la kentia pallida dell’ingresso che sconta il suo tempo vegetale, il guardiano notturno che ha un carcinoma al polmone destro, un anello rotolato da anni dietro un mobile, trecento milioni in contanti nascosti da una vecchia pazza prima di morire e marciti pian piano nell’intercapedine del muro.

Ci si chiede, talora, se il palazzo sia felice, e se la felicità sia slancio e ascesa o piuttosto segmento e durata. Fu progettato esatto e ortogonale, in un momento di scintillio e argento della città. Accrebbe senz’altro il suo carico orizzontale e verticale di verande, girarrosti, attaccapanni, saliscendi, trapezi. Becchi del gas, voliere, incunaboli, presine. Un osso di fenicottero, un cimelio del Titanic, una scatola di Joseph Cornell con la cartografia della luna, un uovo azzurro in un calice, la testa d’una bambola maschio su un parallelepipedo di legno e svariate bolle di sapone, che però non si vedono.

Perché c’è un palazzo diagonale che continuamente si mette di traverso a se stesso. E’ un palazzo nascosto, intimo, che alita attraverso la fessura dei vasistas e sbircia di lato la mappa luminosa della città. 
E’ il bastone bianco del cieco del quinto piano che tasta i gradini con un ticchettio riconoscibile. E’ un appartamento vuoto, segnato con una x, dove l’assenza appanna il cellophane disteso su sofà e tavoli di noce. E’ una fila di sillabe compitate a fatica da un bambino che sta scrivendo a dio di far finire il mondo, per piacere, entro sabato. Sono due ladri che s’ingegnano ad attraversare un terrazzo di fresie, ma li prenderanno. 
Innumerevoli sforzi laterali ne fanno, segretamente, un palazzo diagonale.
Una voce che s’alza di colpo e taglia trasversalmente il cortile con le parole d’un tango, un ricordo felice che non sa dove posarsi, gli occhi d’uno sconosciuto incrociati nel pomeriggio, la grondaia difettosa. Il fruscìo d’una gonna a fiori attraverso l’atrio, la via più breve fra due pensieri, una pianta di cappero, la piuma d’un rondone posata sul davanzale, come un’esca per gli angeli. 
In ogni momento c’è un gesto, un transito, un soffio che spingono a lato, e oltre, carichi invisibili di dolcezza, pietà, fiducia, dolore, speranza.

Il palazzo si specchia spiovente e diagonale in una pozzanghera, sul retro. Incombe, tutto storto da un lato, sbilanciato sul suo baricentro di filo di ferro. In effetti non è storto: custodisce, nello specchio buio e luccicante della pozza, quel se stesso oscuro e diagonale, dove alcune vite continuano a spingere di lato e oltre la punta dell’anima.

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