la monografia - n. 4   Sensi

notturno

di garnant

La luce nello scompartimento è ancora accesa e gli altri sono un giapponese in pigiama da campeggio, una dottoranda crespa con la testa appoggiata su un grosso raccoglitore e un tizio magro già avvolto nel sacco lenzuolo bucato. Tutti evidentemente pendolari del treno notturno, i gesti ottimizzati per le cuccette economiche in finta pelle, vecchia scura e rancida.
Fa indiscutibilmente freddo, freddo da respirare con cautela e stringere le spalle senza accorgersene.
E' notte fuori, da parecchio, notte buia liquida con le stazioni veloci illuminate di bianco, i lampioni in fila lungo le rotaie, intermittenti, poi all'improvviso niente, solo rumore di metallo, e come risucchiati nel vuoto.
Succede di partire, una sera qualunque e su un percorso di ferro, assieme a tre sconosciuti tristi. Pensare alla pelle fredda come la pelle finta dei sedili. Ascoltare il movimento mostruoso del treno e il fiato dei passeggeri, a sbuffi nell'aria secca. E lei è diventata piccola, dentro la città viva, pareti e muri e tegole e portici rossi e strade intricate si sono chiuse a cerchio, tutta la città si è chiusa a cerchio, è diventata un profilo distante, luminoso, poi è scomparsa.
La dottoranda starnutisce. Il treno si butta improvvisamente a sinistra. La porta del bagno viene chiusa di nuovo con un calcio. La luce viene spenta da una mano, le dita stese con le ossa sporgenti.
Succede di galleggiare allungati accanto allo zaino gonfio, e il sonno non è pieno, c'è un sapore acido in bocca, una voce bassa portata nell'aria e nella parete, un movimento brusco del vagone sugli scambi. 
E gli occhi aperti e lucidi del tizio magro, a meno di un metro, affondati in penombra in quello che sembra un mucchio di stracci. I due corpi invisibili che respirano allo stesso ritmo, percepibili solo in quel suono senza direzione, devono essere il giapponese e la dottoranda. 
Difficile immaginare il mondo fuori, ordinario, ordinato, lento, piedi nudi sotto le coperte e capelli morbidi sui cuscini, e porte accostate con la maniglie lucide. Il mondo di poche ore fa soltanto, l'intonaco sbriciolato lungo il muro, la polvere degli alberi sul balcone, le urla dalla stanza da letto. Fuori è solo buio e qualche luce, rossa, bianca, rapida e inconsistente, che sguscia via in un istante.
Neppure una può essere lei.
E gli anni, venti, trenta, cento, quanti sono, non hanno importanza, finché è buio. E col giorno e col tempo non importeranno più la strada di casa, l'orario del fornaio, come le piacciono le uova. Un giorno scomparirà il suo odore sui vestiti, la traccia delle sue dita nella barba, scomparirà del tutto il timbro della voce sul timpano, e non tornerà neppure col buio. Succederà lentamente, e in un altro modo, dove va il treno che corre nel vuoto, solo raggiunto da un suono dopo l'altro, dei telefoni nascosti nelle tasche. Suoni vicinissimi all'orecchio e distanti nell'altro scompartimento, soffocati di vestiti, affogati nel bagno, contusi dallo snodo del vagone. Minuscoli. Pungenti. Chiunque tu sia, ti dico, questa è la frontiera, la puoi sentire, non è vero?

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