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questione di gusti
di manginobrioches
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“Sa di pesche gialle e frizione bruciata”.
Lo dico paziente, come si fa coi bambini piccoli. La rigiro in bocca, e sento di nuovo e ancora la polpa dolce fino all’angolo dell’asprezza e poi quel gusto di fulmine, gomma e attrito.
“Pesche gialle e frizione bruciata…” ripete lui, un sorriso mezzo sulla parte migliore del viso. L’altra parte è maschio e ostile.
“E questa?” mi fa, e me ne porge un’altra.
Io, agnella, la prendo e l’assaggio.
“Asparagi, the delle cinque, maioliche, forse una maniglia d’autobus. Metallo, comunque, con un’anima verde”. Socchiudo gli occhi per capire meglio, mentre con la lingua la divido più e più volte, inseguendone la coda, traducendo per lui e per me stessa.
“Qualcosa resta sempre fuori dalla traduzione” penso, e forse lo dico, perché lui replica “Certamente” con un tono nitido che quasi è un taglio.
Così, per abitudine, gli dico: “Formaggino, pomeriggio, un cerotto sul ginocchio… pane marrone, con la mollica porosa”. La mollica che si apre in buchi irregolari, larghi come anfiteatri di grano.
“Ah sì – mi fa lui, che non è più mezzo, ma tutto ostile – dunque è questo il sapore della parola “certamente”?”
“Sì” sospiro.
Non l’ho detto molto spesso, in vita mia, non a molta gente.
Giusto il dovuto: il pediatra, qualche fidanzato, l’amica del cuore. Quelli che se ne sarebbero accorti comunque.
Sono daltonica e miope, soffro di ronzii
alle orecchie e pure all’immaginazione, ho allergie da contatto per una quantità di cose. E sento il sapore delle parole.
“Ma esattamente quali parole?” incalza lui, con lo sguardo straniero e labbra crudeli che non gli riconosco.
“Tutte” dico, rassegnata. Intanto penso alla rosa tea che arde in fondo al “ma”, allo scivolo giallo maionese di “esattamente”, al gusto di ferrovia e marmellata di prugne di “parole”. Assaporo con un angolo della lingua anche la polvere di mattone forato e cioccolato modicano di “tutte”.
Qualcosa mi tradisce, perché “parole” e cioccolato modicano sono tra i miei sapori preferiti, e lui non lo sopporta.
“Queste cose ti piacciono più di me” dice, dando a “cose” un orlo di rafano, che quasi mi fa tossire. Non mi sento di contraddirlo, quindi mi fingo stupita, spalanco gli occhi, che si fanno lucidi. Ho il rafano in gola, dopotutto.
“Ma cosa dici” la mia voce è talmente ferita che un fiotto di sangue sgorga da “dici”, e sento in bocca il sale e il ferro. Ma è sangue vero, perché mi sono morsa il labbro – di continuo mi capita di ferirmi, graffiarmi, tagliarmi, come se il mio corpo non fosse ben differenziato dal resto delle cose. E’ un problema di confini, mi spiegava il medico.
“E’ un problema di confini” mi ripeto per calmarmi. Da “confini” s’allarga un lago di liquerizia: sulla riva una pergola di gelsomino, scaglie di mandorle, pistacchi e prezzemolo. Tagliato grosso.
“E cosa vorresti dire, con questo?” replica lui, una luce così dura che gli occhi sembrano brillare di nero. Ma “vorresti” si scioglie come una crema, formaggio grasso con un capriccio di tartufo nero nel fondo.
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Il verbo “volere” mi fa sempre quest’effetto. Non è un problema di volontà, diceva ancora il medico.
E io che credevo che fosse tutto confini e volontà. Lecco rapidamente il formaggio, e il sale di ferro del sangue che ancora stilla dal labbro masticato. Confini e volontà: dovrei farmi tatuare queste parole sulla lingua, pensavo. A volte guardo affascinata quelli che la bucano, la lingua, per farci passare anelli, brillanti, piccoli chiodi. Io ci faccio passare le parole.
Lui mi sta davanti, non sa bene come ferirmi ancora.
“Lo hai detto solo a me o lo sa qualcun altro?” fa di colpo, girando un poco la testa. Il suo bel naso arcuato si disegna con nettezza, e io mi perdo a guardarlo: sono i bordi, che mi attraggono, le linee del disegno. Già, i confini. Tra essere e non essere, tra me e lui: ci divide un fiume di brutti sogni, un fiume di sapori. Ci unisce e ci divide, come fanno di solito i confini.
“Non vuoi dirmelo, principessa?” Lo dice con scherno, ma io apprezzo la fitta lanugine rosa sull’orlo della piuma di “principessa”, e ancora l’oro antico, la mostarda con pezzi di noci, col loro gusto sacro e profondo.
Resisto alla tentazione di leccarmi le labbra ancora. Mi imbroncio, anzi, e abbasso lo sguardo. Di solito funziona, e mi evita moltissimi sapori sgradevoli: candeggina, fave fresche, grafite. Ricino, tacchi usati, ruggine, merluzzo.
Questa volta non funziona.
Mi distraggo mentre parla, sento soltanto il tono rabbioso, inguainato però nel gelo. Non mi tocca.
Io – penso nel frattempo - non tocco nulla, mai. Tanto, lo sento sulla lingua: il dolce in punta –
“eva”, “libero”, “babilonia”, “oblio” - il salato e l’acido ai lati – “punteggiatura”, “acrostico”, “distanza”, “precipitoso” - l’amaro in fondo – “esercito”, “dimenticanza”, “croce”, “inchiostro”.
E chi lo dice che in fondo sta il dolce? Il dolce è una sospensione, un lattice, un inganno a forma d’isola. Il dolce è la pelle dell’anima.
“Animale” sta dicendo lui, e scatena un vento di gardenie, condite con olio e aceto. Il vento è sempre salato, lo so da quando assaggiai l’intera rosa dei venti. Ma quando si fa soffio, e vita – animale - è un precipitare di gardenie dal sapore sibillino.
Provo a reagire come dovrei: mansueta, poca, accomodante. L’aggettivo “materno” mi suggerisce il tono giusto, onda di latte contro il guscio di ceramica, pazienza, un’alba sottile in disparte da tutto.
Dico qualcosa che sa di ghirlande, olio d’oliva, primule selvatiche.
La sua risposta è uno schizzo di benzina tiepida, idrocarburi aromatici che drizzano la coda, marmo grattugiato, muffa nel frigo.
Improvvisamente i confini diventano la cosa più chiara, urgente. Mi alzo, vado veloce verso la porta.
Mentre faccio scattare la serratura gli dico una sola parola. E’ marrone scuro e ha un pessimo sapore. Ma per le scale sorrido.
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