Cose dall'altro mondo

le mie nozze

di mattia landoni (cina)

Stratosfera, momento imprecisabile tra il 20 e il 21 maggio 2005

Sento profumo di croissant. In questo cataclisma intercontinentale che è il nostro viaggio Cina-Italia-Germania-Stati Uniti sono riuscito a incastrare anche una giornata a Parigi, con la complicità di un volo Air France che arriva all'aeroporto Charles De Gaulle alle sei di mattina.
Eccoci dunque in questo aereo che fugge la luce volando verso occidente, e che atterrerà soltanto quando la luce lo avrà raggiunto e divorato.
Il cono di luce del giorno si sposta sul globo terrestre alla velocità sbalorditiva di 1024 chilometri orari, un po' di più del nostro aereo. Per questo non saprei dire se in questo luogo, in questo momento la mezzanotte ci ha già raggiunti. Mi sembra che anche Einstein avesse parlato di luce, sistemi in reciproco movimento, incertezza dei tempi; credo però in termini diversi.
Ma non vi ho ancora detto chi siamo "noi". Io sono io, e non c'è bisogno d'altro. Lei è il motivo per cui ero a Shanghai. E a proposito di incertezza dei tempi, quando ci siamo sposati? La certezza del diritto ha imposto un iter lungo e costoso, nel quale ho detto il mio primo sì insieme a lei in un giorno afoso di novembre 2004, e l'ho confermato al consolato italiano, in maniera unilaterale, ad aprile 2005. Un giorno ignoto di aprile, nemmeno so dirvi se col sole o con la pioggia, un impiegato dell'anagrafe di Castellanza ha apposto l'ultimo timbro. Ma non è di questo che vi racconterò, né del rito civile con la bandiera rossa e i libretti rossi. Quello di cui vi volevo parlare è invece la festa di nozze cinese.
In verità io non la volevo fare, la festa. Ma mi hanno spiegato che era una questione di mianzi, di prestigio. Il prestigio sociale è tutto in Cina. In nome di esso si commettono i peggiori abusi nei confronti di parenti e amici, senza di esso non si esce di casa. Perdere la faccia è peggio che perdere la fama di persona razionale.
Abbiamo cominciato i laboriosissimi preparativi un mese prima, con le foto. La tradizione prevede che gli sposini facciano un vero e proprio servizio fotografico con vestiti finti, fondali finti (spiagge, monumenti...) e facce da pesce lesso sapientemente disposte dal fotografo. Un mio iniziale diniego di sottopormi a questa tortura ha rischiato di provocare un divorzio ex-ante, con i documenti di matrimonio ancora in strada per l'Italia. La suocera mi ha spiegato che "non avere fotografie, non avere mianzi". Ho ribattuto che era un prestigio di plastica, e che io preferivo l'autostima al prestigio, ma niente. Ho dovuto perciò indossare un frac con le code, una palandrana degna di Sir Isaac Newton, una toga di seta da mandarino, e assumere le pose più mielose. Siamo persino andati in un parco dove un corteo di contadini immigrati illegali disoccupati ci seguiva, allungando il collo e commentando ad alta voce. A un certo punto mi sono rivolto verso il pubblico e ho gridato "avete pagato il biglietto?".
Abbiamo invitato alla festa 190 persone, delle quali 10 erano miei amici, 10 le conoscevo, e 170 erano perfetti ignoti che schiamazzavano in un dialetto sconosciuto e sgradevole quanto l'olandese. 
Abbiamo collocato un poster ricavato da una delle foto all'ingresso della sala; lì, sotto un baldacchino floreale, abbiamo accolto tutti gli invitati, ringraziandoli per essere venuti. Abbiamo fatto passare tra i tavoli un album plastificato formato A3 con le foto arricchite da grafiche accattivanti e frasi cool come "your permanent love will cuddle me forever". La suocera ha preteso che facessimo una foto live con ogni famiglia invitata, finché non abbiamo avuto un crampo alla mascella dal troppo sorridere. Ecco che arriva la parte della cognizione pubblica: il discorso dei genitori, il bacio, i gesti. Abbiamo tagliato la torta tenendo il coltello a due mani, abbiamo versato insieme lo champagne cinese (shang-ping) su una piramide di bicchieri riempiendone alcuni, abbiamo bevuto incrociando le braccia. C'era anche un MC ("Master of Ceremony", letteralmente) che col microfono spiegava agli invitati quello che stava succedendo.
E finalmente si mangia, un banchetto degno di un matrimonio. Tra le altre cose: anatra alla pechinese, molluschi e funghi sottaceto, gamberi essiccati e freschi, granchio, manzo al curry con verdure, stinco di maiale in salsa di soia, orate, merluzzo e germogli di soia in zuppa piccante, anguille in umido, lingue d'anatra, frutta cotta, brodo di pollo con una gallina intera, bocconcini di vitello in focaccine, verdure al vapore, insalata russa, riso dolce al fagiolo rosso, frutta. Durante il banchetto abbiamo distribuito cioccolato e sigarette agli invitati. La sposa ha acceso le sigarette con i tradizionali fiammiferi lunghi. Il cioccolato che porta la maggiore quantità di mianzi è l'italianissimo Ferrero Rocher. Le sigarette invece devono essere di marca Chunghwa, pena l'emarginazione sociale. Notare che la Chunghwa se n'è accorta e chiede prezzi esorbitanti per delle sigarette mediocri.
La parte che mi è piaciuta di più è stato il brindisi: ho dovuto scambiare bevute con tutti gli invitati, chiamandoli con il corretto appellativo familiare: shushu (zio minore di papà), yeye (nonno paterno), gugu, bobo, e giù bicchieri di birra, jiejie (sorella maggiore), lianjin (con-cognato), GLURP, fino all'orlo del coma etilico. Ma mi sono difeso bene. Ora il mio prestigio è grande.

Era il 7 di maggio. Causa stress e alcool mi sono addormentato di colpo senza accorgermene, e mi sono risvegliato con camicia e pantaloni. Ma è come se mi fossi svegliato solo ora, dopo due settimane di preparativi turbinosi per la partenza. Lei dorme a fianco a me, e probabilmente sta sognando la terra che lascia, i genitori, i mille parenti, le mangiate colossali, i grattacieli, il fervore economico, i massaggi, le caramelle di carne essiccata, l'oro e il rosso e le luci kitsch che illuminano la notte di mille colori stridenti.
Ma le passerà, si abituerà come me al rito degli addii. Devo dire che sento malinconia persino io, che ho lasciato tanti amici e città. Ma sento anche profumo di croissant.

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