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a testa alta
di benty (grecia) |
Penultima giornata della stagione calcistica della massima serie ellenica. A Salonicco si disputa un derby decisivo per la permanenza in serie A, Aris-Iraklis. Seguono le profetiche parole del mio amico Kostas, tifoso patologico dell'Aris, pronunciate fuori dallo stadio Harilaou: "Oggi scenderemo forse in serie B, ma lo faremo a testa alta". Appunto. Sono qui a testimoniare una lezione di autentica cultura sportiva. D'altronde non è che lo spirito olimpico se lo siano inventati in Svizzera, converrete. L'atmosfera è tesa come una corda di buzouki. Arrivato allo stadio un'ora prima, mi accolgono dei gioiosi cassonetti in fiamme. All’entrata vengo perquisito meticolosamente dalla polizia: mi confiscano tutto lo stipendio mensile in monete ma mi lasciano l'accendino, così se mi va incendio un paio di seggiolini, quando ho due minuti. Stadio pieno e vociante, un'onda di disperato amore giallonero da smuovere anche il cuore di un ateo del calcio. L’unico risultato utile per la salvezza dell’Aris è la vittoria.
Dopo il trionfo greco agli Europei hanno pensato bene di rimuovere le recinzioni. In compenso c'è una security societaria disposta a bordocampo, rivolta minacciosamente verso gli ultrà, ma che li lascia completamente liberi di entrare e uscire dal campo, sin da prima dell'inizio della gara. Effettiva partecipazione popolare all'evento, si potrebbe definire. D'altra parte non è che la democrazia sia stata inventata in Belgio, ammetterete. Fra le usanze della tifoseria locale c'è quella di suonare un grosso tamburo a centrocampo, per scandire un coro da intonare prima del fischio d'avvio. Ebbene, i diversi gruppi di supporter dell’Aris stavolta non riescono ad accordarsi riguardo a chi spetti l’onore, e iniziano ad accapigliarsi come bambini, sotto gli occhi esterrefatti del pubblico. Arriva poi la polizia a metterli d'accordo.
Comincia la partita, da subito oltremodo maschia. L’Aris sembra in palla; è schierato con una sottospecie di 4-4-2. Davanti hanno piazzato tale Benisko, spilungone dai piedi distonici pescato dalle serie minori, probabilmente da un osservatore eroinomane. Dopo una ventina di minuti l’Iraklis segna, su colpo di testa che congela l’entusiasmo casalingo. Poco dopo, mentre l'Aris riversa tutte le sue forze in avanti per pareggiare, il centravanti degli ospiti secca di nuovo in contropiede il portiere appisolato, con un maligno pallonetto da fuori area. Gli esasperati fan gialloneri entrano allora in campo e la gara rischia di interrompersi. Dai megafoni dello stadio non viene proferita parola. I giocatori vengono scortati a centrocampo, circondati da celerini in tenuta antisommossa. Arrivano anche gli atleti della panchina, fin lì bersaglio di apprezzabili lanci di poltroncine di plastica divelte. In fondo l'atletica leggera non è che sia disciplina originaria del Perù, se mi permettete. I cori dei tifosi dell'Aris si trasformano, da pieni d’incoraggiamento che erano a slogan minacciosi (Aris gioca la partita della vita o ti fotteremo).
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La gara non sembra voler riprendere, il caos regna sovrano, gli animi rimangono esagitati, avvengono un paio di linciaggi nel campo affollatissimo. Gli oratori da stadio attorno a me si sperticano in insulti alla dirigenza fallimentare, con pregevole padronanza lessicale e notevole sfoggio di vis polemica. Dopotutto Demostene non mi pare fosse dei dintorni di Londra. Poi, fra gli applausi della maggioranza, il match ha nuovamente inizio. Cosicché quelli abbarbicati sulle tribune laterali possono continuare a glassare di sputi a getto continuo i guardalinee. Parecchi ultrà restano dentro il campo, appena fuori del rettangolo di gioco e nessuno sembra impensierirli. Il coraggio della terna arbitrale è davvero leonino, pari solo a quello dei giocatori avversari, evidentemente turbati. A tal punto da lasciare la punta dell'Aris libera di incocciare in rete il due a uno, al quarantaduesimo.
E qui, signori, il capolavoro.
Che questa non a caso è la culla della civiltà.
Per celebrare degnamente il gol, un orda di tifosi festanti si riversa nuovamente in campo. Nel frattempo, già che passano di lì, non trascurano di accoppare il portiere e il terzino degli avversari, che finiscono all’ospedale. L'arbitro raduna le squadre sotto il tunnel, e sospende l'incontro. La dirigenza tenta di convincere l'arbitro a ripensarci, sbracciandosi. Restiamo un’ora e mezza dentro lo stadio ad aspettare la decisione definitiva: sembra che i giocatori dell'Iraklis si rifiutino incomprensibilmente di tornare in campo. “Donnicciole”, penso. Ma l'omosessualità non è che fosse pratica degli etruschi, carte alla mano. Un signore a due metri da noi sviene per un malore. I megafoni continuano a tacere. A sancire la fine della gara ci devono pensare di nuovo i tifosi in campo: fanno segno con le mani che è finita, autorizzandoci di fatto ad andarcene. Chiamateli irresponsabili se volete. Sciamiamo lentamente fuori, fra accuse fratricide, mentre ci irridono i sostenitori dell'Iraklis. All’esterno, vergognosamente, non avviene neanche uno scontro con la polizia: a tal punto sanno essere sportivi da queste parti. Kostas sembra triste, ha gli occhi lucidi e la testa bassa.
Torno a casa pensando che certi episodi inqualificabili possano succedere solo in paesi davvero arretrati. Per fortuna in Italia certe scene non si vedranno mai. Come se, ragionando per assurdo, gli interisti lanciassero dei motorini dagli spalti di San Siro o se nel derby di Roma gli ultrà entrassero in campo a parlare con i giocatori. Da noi non lo permetterebbero, noi sì che siamo civili. Altro che “una faccia una razza”, non confondiamoci, tsè.
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