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le périf de paris
di boinz (francia) |
La tangenziale di Parigi (altresì nota come “Le Périf” o “Bépé” acronimo di Boulevard Périférique) è un tragico circuitone a quattro corsie dove ogni mattina si scatena una specie di guerra all’ultimo sangue chiamata con molta approssimazione traffico.
Nell’80% dei casi si presenta come una massa immobile di lamiere che palpitano al ritmo dei motori surriscaldati, ma di tanto in tanto si distende in un vortice magari non esasperato (a causa di quella trentina di autovelox opportunamente dislocati) ma lo stesso isterico. Le auto dei francesi, infatti, non si muovono come quelle degli altri paesi, cioè mediante accelerazioni e frenate progressive, ma a scatti secchi, tipo le tessere del Quindici: ogni eventuale buco viene così immediatamente colmato e ogni indecisione punita con l’indifferenza generale. Nessuna esitazione è perdonata e cambiare corsia diventa un azzardo tipo roulette russa. La corsia più lenta è quella all’estrema sinistra, riservata alle auto dei miliardari; la più veloce è quella finta ricavata tra la terza e la quarta dai motociclisti (“les motards”) che vi si lanciano come pazzi. Sono loro i veri padroni del Périf e considerano il proprio spazio sacro e inviolabile. Restare leggermente spostati verso la loro striscia bianca è considerato un autentico reato e le pene immediatamente comminate vanno dal dito medio con strombazzata fino al cazzotto sullo specchietto e la strisciata di punteruolo sulla portiera.
La BP è famosa per i suoi cartelli, ad esclusivo uso e consumo dei parigini, nel senso che sono talmente ben nascosti che bisogna passarci davanti almeno duecento volte per arrivare a coglierli. Piano piano li sto individuando anch’io e devo ammettere che ci sono, esistono ma sono miscroscopici e affissi nei posti più improbabili: dietro la chioma di un albero, girati di tre quarti o addirittura seicento metri dopo quello che dovevano indicare.
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La faccenda è davvero insidiosa poiché perdere l’uscita giusta è la cosa più facile del mondo ma tornare indietro può diventare un autentico dramma: entrate e uscite sono spesso sfalsate e la città attorno alla tangenziale il più delle volte è un dedalo di rotonde multibraccia e sensi unici che farebbero perdere il senso dell’orientamento anche a Pollicino.
Una volta intuita la propria uscita, subito si pone il problema della difficile manovra di spostamento verso destra che richiede occhio, polso e sangue freddo. I francesi non mollano mai d’un centimetro, piuttosto speronano ma non lasciano passare. Oltretutto quand’anche si presenti lo spazio, appena provi a sporgere una mezza ruota subito un motard ti si materializza a destra clacsonandoti direttamente nel padiglione auricolare un colpo da ottomila decibel che ti manda il cuore a sbattere contro la volta cranica. So di gente che si fa anche due o tre giri di tangenziale prima di uscire, ma non so dirvi se bastano sempre. Credo che a volte ce ne vogliano di più.
Ci sarebbe ancora da dire qualcosa sui camion, perché Parigi consuma tutto e pertanto ha bisogno di tutto, e sui tamarri, rigorosamente targati ’93, che davvero non hanno nulla da invidiare ai peggio elementi nostrani, anzi. In pratica arrivi in ufficio e sei stanco e stressato come Yves Montand ne “Il Salario della Paura” e per l’ennesima volta tiri fuori la cartina della Metropolitana sperando di trovare finalmente una decente combinazione di percorsi.
Inutilmente.
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