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luci
di sicilia (spagna) |
Lasciando alle spalle pecore, Castilla - la pianura - cirri lenti, mulini moderni, trovi Greenwich, il ponte e la sua ombra.
Appare sull’autostrada del deserto di Monegros che da Zaragoza va a Barcelona: taglia in due l’asfalto e fa una frontiera e puoi ancora pensare: sa dio adesso chi muore, con l’ottimismo che ti accompagna sempre quando inizi un movimento di separazione.
La riga d’ombra dipinge l’asfalto e il sole di agosto prorompe e la terra si acceca e la luce urta contro il bitume e senti che è il posto perfetto per avere un’illuminazione. Se sei arrivato a quella linea di confine, sotto il ponte che la sorvola, un cartello ti dice: “Lei sta attraversando il meridiano di Greenwich”, lo leggi e ti da un colpo emozionante.
Se poi non si svelò niente, pazienza. Ogni volta che ricorderai quella linea, sognerai ancora l’arrivo di quella visione con te volando sulla collina, Narciso de Sarón, lirio de los valles.
C’è, anche, questo racconto mai finito, sempre lo stesso da quando hai 17 anni, dai tempi dell’amica Cellini. Una ragazza va, torna, lascia il liceo, fa finta di muoversi, prende treni, navi, s’innamora, s’illude, gioca al nero, al 7, beve, contrabbanda duro, sorvola la Ría in una nave di poliestere, un delfino. Dalla costa, nelle notti di estate, le luci di terra le danno il permesso, scarica, fugge in Ibiza.
La Guardia Civil le mangia i piedi, ma la Guardia Civil ha la sua barca modello minore, più lenta, più cupa, più torpe, niente bella.
Quindi, prima che la ragazza sia processata dal Tribunale di Minori, vado al mare.
Il mare è questo paesaggio, Muros, un paese tra Vigo e Coruña, sulla costa.
Vedi le dune a mezzogiorno. Le guardi alla luce, le metti tra ombre, le perlustri a occhio, sotto il pergolato. Poi, ti isoli, fumi, non fumi, leggi un poema italiano, americano, guardi l’Atlantico.
Ogni poco dimentico le cose che vedo. Come se fossero fatte di sabbia, nel mare, non imparo niente perché non trattengo niente.
E l’ora, sono le 9.
Alle 9, già da finali di maggio, una luce ambra resiste fino a tarde nel cielo sgombrato: sei nell’Ovest. Come il vino giallo, dello stesso colore e velocità, la luce fa la sua corsa della sera, si spande nel blu prima di morire e ancora allegra, respinge contro il muro del pergolato, scivola, viene rimbalzata e la forza del colpo la rilancia dalla pietra all’aria dove, serenata la sua fretta, bagna con voluttà le cose.
Se guidi nell’asfalto, l’asfalto non si muove, solo puoi inseguirlo, attendere le note stradali, fidarti.
Nel mare no, l’acqua cambia, la ruta varia, ci sono i venti.
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Col monte alle spalle e l’oceano di fronte, niente ti separa del paesaggio. Niente, in questa casa senza frontiera, ti avvolge, ti circonda, ti ferma.
Solo, dirimpetto, il cammino che porta alla spiaggia di Louro, e taglia il giardino.
Vicino al pergolato, nel laterale, il giardino si fa ancora lievemente fantastico con alberi esotici di fiori arancio e viola.
Adesso,
le onde colpiscono la riva, il sole se ne va, la collina si sfa (torna ombra) e la costruzione - cielo, sabbia, luce - se la porta via la notte di colpo e, con lei, la memoria delle cose.
La luce scende dalla facciata più ripida ma non cade, la sabbia ferma quel movimento.
La lucertola.
Stringe la pancia contro la roccia, alza la testa e guarda l’orizzonte. C’è una lunga striscia molle nel confine, molle e magra, di nebbia azzurra, di sfondo – invisibile - rosa, una sospensione.
Poi lascia stare, si stende al sole.
Anch’io mi stiro, mi stendo, chiudo gli occhi e lascio stare con la pancia vicina a terra, sperando.
Quello che riesco a fare uscire, salvato dalla memoria, arriva a flotte solo con enorme sforzo, relitti, resti di naufragi. Niente che abbia già relazione con l’originale.
Fonda una memoria, invèntati.
Da quella fondazione di fantasia vai avanti poggiata su quest’aria.
È un’aria di estate.
Dolce e silenziosa, muscolosa, calda.
In Puglia, in Italia del Sud, la chiamano La Frizza (uguale che al tubo per innaffiare).
Per le braccia allegre, perché ride.
Per il collo offerto al sole le mattine di luglio.
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