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le cronache e i giorni
di marina wiesendanger |
nel mezzo del cammin, un quarto d’ora dopo.
Pensavo, vuoi vedere che mi mancheranno quelle fiere di moda che criticavo ferocemente proprio quest’anno, lasciando la vita di città e il lavoro di città così bruscamente come una strada che abbandoni durante una passeggiata e svolti d’angolo di colpo e ti infili in un sentiero sconosciuto senza frecce né segnali di direzione né avvistamenti che ti portino avanti e sei priva di cose e persone e della solita aria, nessuno?
E gli oggetti? Quelli che ho amato cercare come in caccia, sicura sempre che ne avrei trovato qualcuno anche se un po’ ansiosa, sono sempre meno ormai è sempre più difficile, sarà qui tra i giovani designers, saranno nati da un poeta artigiano, una donna solitaria che disegna per parlare,
mi stupirà mi toccherà un po’ il cuore gli occhi le mani saranno soddisfatti dalla forma dal materiale dalla luce che accende una cosa che vedi brillare come fosse sola in mezzo alle altre che la coscienza ti fa buie lasciando lì sola quella, proprio lei, quella che viene da un gesto un pensiero un’intuizione diversa di qualcuno che neanche, fin qui, conoscevi.
Come cercare tra le foglie le fragoline di bosco.
Mi sbagliavo.
Se in quel paesaggio metropolitano c’erano per me le fiere internazionali, Milano Parigi Anversa
Londra Berlino New York e ancora Parigi, qui ci sono i mercati di paese, Torrita di Siena La Pieve Cantagallina Montepulciano Ferretto il Castiglione Chiusi e ancora Torrita.
Qui i venditori sono meno annoiati da quella paura sottopelle che nella moda me li rende nervosi.
Sorridono mentre ti offrono i loro prodotti fieri della bellezza di questi loro oggetti lucidi appena colti dagli orti, ti sventolano le melanzane viola le fave setose, ti indicano la ricetta, semplice e talmente gustosa, con in mano un coltellino ti mostrano il vero succo delle cose, a fine della rappresentazione si baciano la punta delle dita armate, così, smac, che bellezza signora, che bontà.
Usano le stesse curiose parole, va con tutto, che ci vuole? Col pecorino con le uova la frittata,
ecco le cipolline nuove, le mescolate, signora col coriandolo, un tocco appena che questo è fresco
e piccante, levi i fiori mi raccomando non li lasci sul gambo nel vasetto, che prende male, va a fiore e le radici smettono di interessarsi delle foglie.
Oh Madonnina del prezzemolo, dice Garcia Lorca, Madonna del pomodoro tagliato vivo!
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C’è tutta quella vita qui in cassetta, come lui aveva fortemente passionalmente sentito? Gli oggetti da mangiare sono vivi, nascono crescono e maturano e invece di metterteli addosso te li infili in bocca li metti dentro di te come non puoi fare col foulard o il
giacchino. Gnam.
E prima li hai onorati di tutte le tue cure migliori, lavati tagliati e trattati abilmente, presentati poi come meglio sai fare, come alle fiere internazionali, che il tuo ospite seduto a tavola apprezzi contento e che gli venga la voglia di prenderlo, che si scelga, per gola, il pezzo piu’ bello.
E i colori del mercato? Ma se è proprio da lì che la moda ha rubato i colori! Il verde di menta il viola di quella melanzana, il color pesca signora mia e la tocchi un po’, senta ancora tiepida di sole, e giallo zucca e quello limone e blu lavanda, è come stare nella più bella fabbrica dei lini con le sue tirelle colori, il lino
Solbiati, che sta a Como ed è molto lontano da qui Le donne al mercato hanno gli stessi gesti delle compratrici di moda toccano prendono lasciano irrequiete e pensose, andrà bene, quando lo userò, ma ho già questo e anche questo, è bello sì, ma devo usarlo subito, che poi al freddo, del frigorifero, non lo uso più al meglio.
E ci sono pure gli sconti, anche qui, ma non si tratta di sessanta giorni fine mese, si tratta invece di un mazzolino di odori, che ti lusinga perché quello comunque è il basic che è ti è necessario ogni giorno due volte, quando entri in cucina.
Lo sfondo è diverso: non c’è musica forte ma vento leggero che smuove le nuvole e l’aria,
lontano un campanile alto che sembra un personaggio importante che vuoi salutare, ti suona le ore,
è ora di andare. Il pubblico degli stranieri è uguale, ci guardiamo attorno estatici con aria
cogliona,
abbiamo preso case di vecchia facciata ma di muri rifatti, nella via del ritorno, che non è l’aeroporto, ma è verde ed è piena di queste seconde casine, li vedi gli abitanti parziali, sorridenti e un pensiero di dubbio in mezzo alla fronte, la canna dell’acqua in mano, la testa all’ufficio lasciato, le braghe di peggio tendenza sul verde del piccolo prato all’inglese, è un colore anche quello, è il verde ridicolo dei senza radici.
Anch’io le radici le cerco. Le trovo nelle piccole rose che ho messo a dimora anni fa, fioriscono
solo di maggio e di giugno, così non m’importa del tempo che prende una nuova misura e anzi aspetto impaziente che passi perché loro le belle abbiano forza e riposo e ritornino a farmi completa di tutti i colori, di tanto profumo. |